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Nome: Renato Tempera
Sono uno studioso di scienze politiche e insegno in una università del nord Italia.

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lunedì, 31 dicembre 2007

La morte cruenta di Benazir Bhutto

La morte cruenta di Benazir Bhutto
di Tiberio Graziani/Giovanna Canzano - 28/12/2007

Fonte: Arianna Editrice

CANZANO - Benazir Bhutto, una morte annunciata?
GRAZIANI – Certamente sì. C’era da aspettarselo. Ricordiamo che l’arrivo della Bhutto in Pakistan, il 18 ottobre scorso, dopo alcuni anni di volontario e dorato esilio tra Londra  e Dubai, venne salutato con un attentato che causò la morte di circa 130 persone…

Benazir Bhutto a DubaiCANZANO – L’omicidio nasce da un progetto di destabilizzazione?
GRAZIANI – La morte cruenta di Benazir Bhutto è uno degli episodi che costellano una ben precisa strategia: quella della destabilizzazione del Vicino e Medio Oriente, in coerenza con la recente riformulazione del progetto statunitense del Grande Medio Oriente degli esordi della amministrazione Bush. Il progetto del Greater Middle East o anche Broader Middle East (Medio Oriente allargato) è stato introdotto, quale proposta per dare una svolta radicale alla politica occidentale verso il Vicino e Medio Oriente, durante il vertice del G8 del 2004. L’idea, tuttavia, risale agli accordi di Helsinki del 1975.


Vale la pena ripercorrere la genesi di questa nuova riformulazione, che si traduce, in termini semplificati,  nella creazione di un nuovo arco di instabilità in ossequio ai dettami di Zbigniew Brzezinski, il teorizzatore della trappola afgana contro l’Unione Sovietica e dell’utilizzo dei talebani in funzione antisovietica. Molti Zbigniew Brzezinskidegli attuali quadri dell’organizzazione di Osama Bin Laden sono stati addestrati e reclutati da Washington ai tempi della guerra sovieto-afgana.

Zone instabili secondo Brzezinski

Dunque, un mese prima dell’aggressiva ritorsione israeliana contro il Libano del luglio 2006, Condoleeza Rice ha riformulato il vecchio progetto del Grande Medio Oriente denominandolo “Nuovo Medio Oriente”. Lo stesso segretario di Stato, nei giorni della guerra israeliana contro il Libano, congiuntamente con il primo ministro israeliano Olmert informò i media che in Libano era stato avviato un progetto per un “nuovo” Medio Oriente. Attualmente, dopo la penetrazione armata in Afghanistan e in Iraq, gli interessi geostrategici degli anglo-americani  e dei loro alleati occidentali si concentrano, a nord, verso l’area centroasiatica, per contenere e pungolare gli interessi geopolitici della Russia e per testare il dispositivo eurasiatico di sicurezza messo in atto dall’Organizzazione di Shangai (SCO), e a sudest per limita re alcune prese di posizioni dell’alleato di sempre, il generale Musharaff. Bisogna ricordare che, proprio nel giugno del 2006, il Pakistan e l’Iran   sono stati invitati come osservatori della SCO. Precedentemente, a febbraio, il Pakistan aveva avanzato la propria candidatura a membro effettivo L’adesione del Pakistan è sostenuta ovviamente dalla Russia a patto che anche l’India, attualmente osservatore, diventi membro effettivo dell’Organizzazione di Shangai. Se ciò si realizzasse, lo storico asse Washington – Islamabad sarebbe spezzato. Da qui l’iniziativa del “Nuovo Grande Medio Oriente”.

Gli USA vogliono un Pakistan destabilizzato, da mettere, nel migliore dei casi,  sotto tutela ONU, o da  occupare, come nei casi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

L’attentato alla Bhutto ha destato molta preoccupazione a Mosca.

Infatti, secondo quanto riportato da alcune agenzie, la Russia ha condannato “con forza" l'attentato di oggi (27 dicembre).  In particolare, Mikhail Kaminin, portavoce del kamyninministero degli esteri, augurando che "i dirigenti del [Pakistan] riescano a prendere le misure necessarie a garantire la stabilità nel paese", ha ricordato che Mosca "aveva più volte ammonito a prestare attenzione al fatto che le autorità pachistane avrebbero dovuto adoperarsi al massimo per garantire la stabilità nel paese in questo periodo cruciale". Secondo il viceministro degli esteri, Aleksandr Lossiukov, "un simile attentato può diventare un ennesimo fattore di instabilità in un paese già fragile alla vigilia di importanti elezioni".
CANZANO – Il ritorno di Benazir Bhutto era visto come uno sbocco alternativo alla democrazia?
GRAZIANI – Sì, il ritorno della Bhutto è stato “lanciato” mediaticamente come una opportunità democratica per il Pakistan. Ad arte è stato fatto passare il messaggio che grazie alla Bhutto si aprisse per il Pakistan una nuova era, che fosse cioè possibile realizzabile l’irrealizzabile, vale a dire un Pakistan laico e democratico. Quando invece questo aborto geopolitico che è il Pakistan è stato creato dalle potenze occidentali proprio su base confessionale.
CANZANO – Pervez Musharraf con l’arrivo della Bhutto doveva accettare di essere un leader dimezzato?
GRAZIANI – Musharraf ha il piede in due staffe. Ha acconsentito a togliersi la divisa e a stabilire la data delle elezioni presidenziali, come gli ha consigliato Negroponte, l’emissario di Bush e Condoleeza Rice e già uomo forte di Reagan nel Sudamerica. Il generale pachistano è tuttavia un uomo di potere che mai accetterebbe un ruolo di secondo piano. Anche per tale motivo è, in questo momento, poco affidabile per Washington.
CANZANO – Il Pakistan nel 1947 diventa indipendente dall’India britannica e poi?
GRAZIANI – Il Pakistan, più che diventare indipendente, viene creato ex-novo come nazione musulmana dalle potenze occidentali che non riuscivano a contenere le tendenze secessioniste nel Raj britannico, capeggiate dai nazionalisti musulmani. Il suo stesso nome  è un acronimo che, inventato, negli anni trenta, da un giovane nazionalista musulmano, Choudary Ramat Ali, venne assunto dal nuovo organismo nel 1947, quando si distaccò dall’India.  A quell’epoca il Pakistan era formato da due entità geografiche, il Pakistan occidentale e quello orientale, l’attuale Blangadesh, separate per alcune migliaia di chilometri dal territorio indiano.

 Il Pakistan ha conosciuto, nel corso della sua breve storia di appena sessant’anni, almeno tre cicli geopolitici. Un primo ciclo va dal 1947 al 1971,  quando il Blangadesh conquistò l’indipendenza.  In questi anni il Pakistan svolge un ruolo importante nell’ambito della dottrina Truman di contenimento dell’URSS: è membro infatti  dei due distinti sistemi di alleanze: CENTO (Patto di Baghdad) e OTASE (Patto di Manila).

Dopo l’indipendenza del Blangadesh, il Pakistan, dal punto di vista geopolitico, si riorienta verso il Vicino Oriente e il mondo islamico del Golfo. Sul finire degli anni 70, con la rivoluzione iraniana e l’invasione sovietica dell’Afghanistan, Islamabad si riconferma  come un alleato privilegiato per gli USA. Un terzo ciclo si è aperto con il crollo dell’Unione sovietica.  Il Pakistan, in questi ultimi anni, sembra interessato a rafforzare i rapporti con le repubbliche centroasiatiche, di cui diverrebbe la via privilegiata verso l’Oceano indiano: una via che essendo funzionale agli interessi eurasiatici della SCO, viene osteggiata da Londra e Washington. Ciò che accade oggi in Pakistan è speculare alle tensioni in corso nel Myanmar.
CANZANO – I confini con l’Afghanistan sono a rischio?
GRAZIANI – In una prospettiva di occupazione del Pakistan da parte delle forze occidentali, certamente sì.
CANZANO – Le elezioni dell’8 gennaio sono a rischio?
GRAZIANI – E’ difficile fare previsioni.
 

BIOBIBLIOGRAFIA

Tiberio Graziani è direttore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici (www.eurasia-rivista.org). Ha curato i libri intervista: Serbia, trincea d’Europa – intervista a Dragos Kalajic e Iraq, trincea d’Eurasia – intervista a Padre Jean-Marie Benjamin (Edizioni all’insegna del Veltro). Dirige inoltre, per le edizioni all’insegna del Veltro,  la collana “Quaderni di geopolitica”.


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venerdì, 07 dicembre 2007

Confessioni di un “ex-credente” nel Picco Petrolifero

La buona notizia è che gli scenari catastrofici che prevedono che l’umanità sia sul punto di essere priva di petrolio sono sbagliati. La cattiva notizia è che il prezzo del petrolio continua ad aumentare. Il picco petrolifero non è problema nostro. Problema nostro è la politica! Sono i grandi petrolieri che vogliono mantenere alto il prezzo del petrolio. E Dick Cheney e i suoi amici sono del tutto disponibili a prestare loro aiuto.
A titolo personale, ho fatto ricerche sulle problematiche relative al petrolio, dopo i primi choc petroliferi degli anni Settanta. Nel 2003, ero interessato a una certa questione, che viene definita come la Teoria del Picco del Petrolio. Questa Teoria sembrava spiegare la decisione di Washington, altrimenti non spiegabile, di rischiare tutto in un’aggressione militare contro l’Iraq.
I difensori della Teoria del Picco del Petrolio, con alla testa il vecchio geologo Colin Campbell del British Petroleum e il banchiere del Texas Matt Simmons, sostengono che il mondo deve far fronte ad una nuova crisi, cioè alla fine dell’era del petrolio a buon mercato, e che il Picco Mondiale del Petrolio potrebbe avvenire nel 2012, se non addirittura nel 2007. Le riserve del petrolio sarebbero presumibilmente alle loro ultime gocce. In questo modo, hanno fatto scatenare il forte rialzo dei prezzi del petrolio e dei carburanti, e, per provare che avevano ragione, hanno messo in evidenza il declino della produzione nel Mare del Nord, in Alaska e in altri bacini petroliferi.

Secondo Campbell, il fatto che, dopo il ritrovamento dei suddetti giacimenti verso la fine degli anni Sessanta, nessun nuovo giacimento di dimensioni raffrontabili a quelli del Mare del Nord sia stato scoperto, ne è la prova. Secondo certe informazioni, sarebbero arrivati allo stesso convincimento anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia e il governo Svedese. Tuttavia, questo non prova che Campbell abbia ragione.

Fossili intellettuali?
La corrente del « picco petrolifero » poggia la sua teoria sui convenzionali manuali occidentali di geologia, la maggior parte dei quali scritti da geologi Statunitensi o Britannici, che affermano che il petrolio è un «combustibile fossile», un residuo, o un rifiuto biologico, di resti fossili di dinosauri, di alghe o di altri organismi, con ciò designando il petrolio come un prodotto il cui approvvigionamento avrà un termine.
L'origine biologica costituisce il fulcro della Teoria del Picco del Petrolio, che viene utilizzata per spiegare perché il petrolio venga scoperto solamente in certe regioni del mondo, dove sarebbe geologicamente imprigionato da milioni di anni. Ad esempio, questo significherebbe che i resti di dinosauri morti e di organismi marini si sarebbero fossilizzati ed imprigionati in riserve sotterranee, sottoposti a grandi pressioni nel corso di un periodo di 10 milioni di anni, sotto la superficie terrestre alla profondità dai 4000 ai 6000 piedi (da 1 a 2 Km). In rari casi, così vuole la teoria, quantità enormi di materiali biologici dovrebbero essere state imprigionate in formazioni rocciose situate nei fondali oceanici, come nel Golfo del Messico, nel Mare del Nord o nel Golfo di Guinea. La geologia dovrebbe unicamente tentare di capire i luoghi dove queste sacche negli strati geologici, definite riserve, si trovano all’interno di bacini sedimentari specifici.
Una teoria completamente differente sulla formazione del petrolio è apparsa in Russia all’inizio degli anni Cinquanta e praticamente non ha trovato riscontri in Occidente. Questa teoria afferma che la teoria tradizionale Statunitense sulle origini biologiche è un'assurdità priva di fondamenti, che resta indimostrabile. I russi sottolineano come i geologi occidentali hanno previsto a più riprese la fine del petrolio nel corso del secolo scorso, mentre loro si aspettano di trovarne sempre di più.
Questa spiegazione sulle origini del petrolio e del gas naturale non costituisce un fatto che attiene unicamente alla teoria. L'emergenza della Russia, e in precedenza dell’URSS, in quanto più grande produttore al mondo di petrolio e di gas naturale, si basa sull’applicazione della teoria al mondo della pratica. Questo ha conseguenze geopolitiche di vasto respiro.

La necessità è madre dell’inventiva
Negli anni Cinquanta, sotto il velo della «cortina di ferro», l'Unione Sovietica doveva affrontare l’isolamento da parte dell’Occidente. La Guerra Fredda segnava il suo culmine. La Russia aveva scarsità di petrolio per fare girare la sua economia. Trovare sul proprio territorio quantità bastanti di petrolio diventava una priorità di sicurezza nazionale, invocata dalle più alte autorità.
Verso la fine degli anni Quaranta, gli scienziati dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze, in collaborazione con quelli dell’Istituto di Scienze Geologiche dell’Accademia Ucraina delle Scienze, davano inizio ad una ricerca fondamentale : “Da dove deriva il petrolio?”.

Nel 1956, il professor Vladimir Porfir'yev presentava le loro conclusioni : “Il petrolio greggio e il gas naturale non hanno alcuna intrinseca relazione con la materia biologica tipica della superficie terrestre. Si tratta di sostanze primitive che sono scaturite dalle profondità abissali.”

I geologi Sovietici arrivavano a capovolgere completamente la geologia ortodossa Occidentale. Definivano la loro teoria sulle origini del petrolio come «abiotica», vale a dire come non biologica, per differenziarla dalla teoria occidentale sulle origini biologiche.
Se questa teoria abiotica avesse un fondo di ragione, le riserve di petrolio sulla Terra sarebbero limitate solamente dalla quantità di costituenti idrocarburici presenti nelle viscere della Terra al momento della sua formazione. Allora, la disponibilità di petrolio dipenderebbe unicamente dalle tecnologie di perforazione di pozzi ultra profondi e di esplorazione delle regioni interne della Terra. I Sovietici avevano inoltre capito che vecchi giacimenti avrebbero potuto essere riattivati e quindi avrebbero potuto continuare a produrre, come giacimenti che si riempivano nuovamente da sé medesimi. Veniva affermato che il petrolio si forma nelle profondità della Terra, in condizioni di alte temperature e di altissime pressioni paragonabili a quelle richieste per la formazione dei diamanti. «Il petrolio è un materiale primitivo di origine abissale, che viene inoltrato sotto alte pressioni verso la crosta terrestre, tramite eruzioni “a freddo”», dichiarava Porfir'yev.
Il suo gruppo di ricerca aveva scartato l’idea che il petrolio fosse un residuo biologico di resti fossili vegetali ed animali e considerava questo assunto come una cosa buffa concepita per perpetuare il mito dell’approvvigionamento limitato.

Sfidare la geologia tradizionale
L'approccio scientifico russo ed ucraino, che differiva in modo radicale sulle origini del petrolio, ha consentito all’URSS di fare immense scoperte di gas e di petrolio in regioni giudicate in precedenza poco disponibili alla presenza di petrolio, secondo le teorie delle esplorazioni geologiche occidentali. La nuova teoria sul petrolio è stata utilizzata agli inizi degli anni Novanta, ben dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, per estrarre petrolio e gas naturale in una regione considerata per quarantacinque anni come un bacino geologicamente sterile, il bacino del Dnieper-Donets, situato fra la Russia e l’Ucraina.
Seguendo la loro teoria abiotica, (non fossile), sulle origini abissali del petrolio, i geofisici e i chimici russi ed ucraini, tecnici del petrolio, hanno dato inizio ad una indagine dettagliata del passato tettonico e della struttura geolBacino del Dniepr-Donetsogica del sottosuolo cristallino del bacino del Dnieper-Donets. Dopo le analisi tettoniche e sulla struttura profonda di quel settore, quei tecnici hanno messo in atto indagini geofisiche e geochimiche.
Erano trivellati nel complesso 61 pozzi, 37 dei quali diventavano commercialmente produttivi, quindi veniva raggiunta una percentuale estremamente impressionante di successi esplorativi, attorno al 60%. La dimensione del campo scoperto era raffrontabile al North Slope in Alaska. Per contro, le trivellazioni selvagge degli Stati Uniti venivano considerate un successo con una percentuale di riuscita del 10%. Nove su dieci pozzi potevano quindi essere definiti come “dei buchi secchi”.
Le introspezioni geofisiche Russe, che hanno permesso di trovare petrolio e gas, venivano ermeticamente avviluppate dalla tradizionale cortina tipicamente sovietica sulla sicurezza dello stato durante l’era della guerra fredda, e le loro modalità sono rimaste in gran parte sconosciute ai geofisici occidentali, che hanno continuato ad insegnare le origini fossili e, di conseguenza, anche i pesanti limiti fisici del petrolio.„

Lentamente, la teoria abiotica è cominciata a spuntare nell’ambito di qualche stratega, all’interno e sull’intorno del Pentagono, ben dopo la guerra contro l’Iraq del 2003, in vista del fatto che i geofisici Russi potevano far parte di “un qualcosa” di importanza strategica straordinaria.
Se la Russia era in possesso di una abilità scientifica che gli ambienti geologici occidentali non possedevano, allora la Russia avrebbe avuto nelle mani una carta vincente strategica dalle straordinarie conseguenze geopolitiche. Quindi, non sarebbe stato nulla di eclatante che Washington volesse erigere un “muro di acciaio” attorno alla Russia, costituito da una rete di basi militari e da scudi anti-missile, in modo da troncare i collegamenti marittimi e gli oleodotti Russi destinati ad alimentare l’Europa Occidentale, la Cina e il resto dell’Eurasia.

Si realizzerebbe così la peggiore ossessione di Halford Mackinder, vale a dire lo svilupHalford Mackinderpo di una cooperazione fra i principali stati dell’Eurasia in seguito alla convergenza di loro mutui interessi, cooperazione sostenuta dalla necessità e dal bisogno di petrolio per conservare la loro crescita economica. Ironicamente, questo era il flagrante motivo per gli Stati Uniti di impossessarsi delle vaste ricchezze petrolifere dell’Iraq e all’occorrenza dell’Iran, cosa che catalizza più strettamente questa cooperazione fra nemici tradizionali Eurasiatici, la Cina e la Russia, e che induce ad una più intensa presa di coscienza da parte degli Europei Occidentali, che le loro opzioni si stanno assottigliando.

Marion King Hubbert, il Re della Teoria del Picco del Petrolio
La Teoria del Picco del Petrolio prende le sue mosse da un documento pubblicato nel 1956 da Marion King Hubbert, un geologo del Texas che lavorava per la società Shell.
Marion King HubbertHubbert affermava che la produzione dei pozzi di petrolio è rappresentabile con una curva a campana e, una volta che il « picco » viene raggiunto, il declino risulta inevitabile. Inoltre prevedeva che la produzione di petrolio negli Stati Uniti avrebbe raggiunto il suo massimo nel 1970. Data la sua… modestia, denominava questa curva di produzione da lui inventata come curva di Hubbert, e il suo massimo come Picco di Hubbert. Dal momento in cui il rendimento delle estrazioni di petrolio negli Stati Uniti cominciava a diminuire proprio attorno al 1970, Hubbert conquistava una discreta credibilità e fama.
Il solo problema consisteva nel fatto che il picco non dipendeva dall’esaurimento delle risorse naturali dei giacimenti petroliferi Statunitensi. Il picco si era prodotto perché le compagnie Shell, Mobil, Texaco e le altre associate della Saudita Aramco avevano inondato il mercato degli Stati Unitit con importazioni dal Medio Oriente, veramente a buon mercato, usufruendo di esenzioni delle tariffe doganali, a dei prezzi tanto bassi che molti produttori nel territorio USA, della California e del Texas, non avevano potuto più sostenere la concorrenza e erano stati costretti a chiudere i loro pozzi.

Il successo del Vietnam
Mentre, nel corso degli anni Sessanta, le multinazionali del petrolio Statunitensi erano occupate a controllare i grandi campi facilmente accessibili dell’Arabia Saudita, del Kuwait, dell’Iran e di altri bacini petroliferi abbondanti e a buon mercato, i Russi erano impegnati a verificare la loro teoria abiotica (non fossile). Avevano dato inizio a perforazioni in una regione della Siberia considerata improduttiva. In questa zona vedevano il loro sviluppo undici importanti giacimenti di petrolio e un gigantesco campo, sempre sulla base delle valutazioni geologiche abissali e “abiotiche”. I Russi avevano perforato la roccia cristallina del sottosuolo e avevano scoperto tanto oro nero, paragonabile a quello di North Slope in Alaska.
In seguito, negli anni Ottanta, i Russi andavano in Vietnam e si offrivano di finanziare i costi di perforazione per dimostrare che la loro originale teoria geologica aveva fondamento. Il giacimento della Tigre Bianca, in Vietnam, dopo la perforazione in mare da parte della società russa Petrosov della roccia di basalto a circa 17.000 piedi di profondità (all’incirca 5 Km sotto terra), permette l’estrazione di 6.000 barili di petrolio al giorno, per alimentare l’economia del Vietnam affamata di petrolio.
Nell’URSS, gli esperti geologi russi abiotici avevano perfezionato le loro conoscenze e, verso la metà degli anni Ottanta, l’URSS diveniva il più grande produttore di petrolio al mondo.
Pochi, in Occidente, hanno capito o si sono dati la briga di domandarsi il perché.
Il Dr. J. F. Kenney è uno dei rari geofisici occidentali ad avere insegnato e lavorato in Russia, avendo studiato sotto la guida di Vladilen Krayushkin, quello che ha sviluppato l’enorme bacino del Dnieper-Donets. In una recente intervista, Kenney mi ha dichiarato che « per la formazione della quantità di petrolio che il solo campo di Ghawar (in Arabia Saudita) ha prodotto fino ad oggi, sarebbe stato necessario un cubo di residui fossili di dinosauri, supponendo un rendimento di trasformazione del 100%, misurante 19 miglia di profondità, di larghezza e di altezza (vale a dire un cubo di 30 Km di lato)» In breve, una assurdità!
I geologi occidentali non si sono dati la pena di fornire prove scientifiche dell’origine fossile, biotica, del petrolio. Semplicemente affermano questo come una santa verità. I Russi hanno prodotto volumi di documenti scientifici, la maggior parte in russo. I giornali occidentali dominanti non hanno avuto alcun interesse a pubblicare una tale visione rivoluzionaria. Dopo tutto, erano, e sono in gioco, intere carriere e cattedre universitarie.

Chiudere la porta
L'arresto, nel 2003, del russo Mikhail Khodorkovsky, della società petrolifera Yukos Oil, è avvenuto giusto prima che egli potesse vendere la maggioranza della Yukos Oil alla ExxonMobil, in Mikhail Khodorkovskyseguito di una trattativa privata condotta da Khodorkovsky con Dick Cheney. Ottenendo questa partecipazione nella Yukos Oil, la Exxon avrebbe avuto il controllo del più grande insieme di risorse al mondo costituito da geologi ed ingegneri specializzati nelle tecniche abiotiche di perforazioni in profondità.
Dopo il 2003, il numero degli scienziati russi, disposti a condividere le loro informazioni, è nettamente diminuito. Le offerte, ricevute all’inizio degli anni Novanta per far partecipi delle loro conoscenze gli Stati Uniti e altri geofisici del petrolio, sono state freddamente respinte, quando dovevano venire coinvolti geologi Statunitensi.
Allora, perché una guerra ad alto rischio per controllare l’Iraq? Perché adesso, dopo un secolo che le grandi società petrolifere USA e le loro consociate dei paesi occidentali controllano il petrolio mondiale attraverso il controllo dell’Arabia Saudita, del Kuwait, della Nigeria? Adesso, le compagnie, vedendo che quei giganteschi giacimenti di petrolio si stanno esaurendo, considerano i giacimenti di petrolio controllati dai governi dell’Iraq e dell’Iran come la più grande riserva di petrolio a buon mercato e facile da estrarre, tutt’ora esistente. Con la attuale enorme richiesta di petrolio da parte della Cina e dell’India, diventa un imperativo geopolitico per gli Stati Uniti assumere il controllo militare di quelle riserve in Medio Oriente, nel più breve tempo possibile. Il vice-Presidente Dick Cheney è arrivato ad occupare la sua carica tramite la Halliburton Corporation, Hulliburtonla più grande società al mondo di servizi geofisici nel campo petrolifero. La sola potenziale minaccia al controllo del petrolio da parte degli Stati Uniti risulta derivare propriamente dall’interno della Russia e dalle gigantesche società russe attualmente controllate dallo Stato. Hum!
Secondo Kenney, i geofisici russi hanno utilizzato le teorie del brillante scienziato tedesco Alfred Wegener, almeno 30 anni prima che i geologi occidentali avessero « scoperto » Wegener negli anni Sessanta. Nel 1915, Wegener aveva pubblicato l’innovatrice teoria, « La genesi dei Continenti e degli Oceani »,Pangea che suggeriva che più di 200 milioni di anni fa esisteva un super-Continente unico, «La Pangea», che si era separato nella forma attuale dei Continenti attraverso quella che veniva definita come « La deriva dei continenti. »
Fino agli anni Sessanta, i presunti scienziati degli Stati Uniti, sul tipo del Dr. Frank Press, allora consigliere scientifico della Casa Bianca, facevano riferimento a Wegener come fosse un « pazzo ». Alla fine degli anni Sessanta, quei geologi sono stati costretti a trangugiare le loro convinzioni, dato che la teoria di Wegener offriva la sola spiegazione sul fatto che era stato consentito loro di scoprire vaste riserve petrolifere nel Mare del Nord. Potrebbe darsi che, fra qualche decennio, i geologi occidentali ripenseranno alla loro mitologia sulle origini fossili e realizzeranno quello che i Russi hanno già conosciuto fin dagli anni Cinquanta. Nel frattempo, Mosca ha in mano la carta vincente più determinante.



© Copyright F. William Engdahl, Global Research, 2007

L’indirizzo url di questo articolo a: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=7016

Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

*F. William Engdahl è l’autore de A Century of War: Anglo-American Oil Politics – (Un secolo di guerra : le politiche anglo-americane sul petrolio), Pluto Press Ltd. Suo prossimo libro: Seeds of Destruction : The Hidden Agenda of Genetic Manipulation (Le sementi della distruzione : l’agenda segreta delle manipolazioni genetiche).


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sabato, 01 dicembre 2007

I misteriosi sosia dell'11 settembre

di Marina Montesano (docente di storia medievale all'Università di Genova). Fonte: "Il Manifesto", 4 settembre 2007


Nel documentato saggio «La fabbrica del terrore», uscito per Arianna,
Webster Tarpley evidenzia lo strano comportamento di alcuni attentatori delle Torri gemelle

Siamo ormai giunti al sesto anniversario dagli attacchi dell'11 settembre 2001. In questi anni quasi tutti abbiamo maturato l'impressione che la storia sia giunta a una repentina svolta o, come si sente spesso ripetere, che da allora il mondo non sia stato più lo stesso. Un'analisi accurata potrebbe certamente dimostrare come questo sia solo in parte vero, e molte delle situazioni attuali trovino invece ragioni e radici nel ventennio precedente. Tuttavia, comunque la si pensi al proposito, è indubbio che a partire dall'11 settembre 2001 i governi e larga parte dei media occidentali hanno concorso a comunicare all'opinione pubblica l'idea che il mondo occidentale sia ormai sottoposto a una minaccia costante: quella del terrorismo internazionale e degli «stati canaglia» che lo sosterrebbero.

Eppure, al di là dei proclami sull'onnipresenza di Al-Qaeda e dei suoi affiliati, la stessa dinamica e i retroscena dell'11 settembre appaiono oggi tutt'altro che chiariti. In Europa e negli Stati Uniti numerosi saggi (per non parlare dei siti internet) hanno messo in dubbio la versione ufficiale dei fatti. "La fabbrica del terrore. 9/11 made in Usa" (Arianna editrice 2007, pp. 651), poderosa opera di Webster Griffin Tarpley, non è l'ultimo della serie, in quanto era stato pubblicato già da tempo negli Usa, dove è arrivato alla quarta edizione. Viene ora tradotto in italiano con alcuni adattamenti, dovuti alla necessità di aggiornare costantemente una vicenda che si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari.

Tarpley è un esperto del ruolo dei servizi segreti nelle trame politiche; in questa chiave si è occupato in passato anche del terrorismo italiano e in particolare della vicenda Moro. Per quanto riguarda gli States, si ricorda invece una sua monografia sulla famiglia Bush. Come è noto, le pubblicazioni che hanno proposto scenari alternativi a quelli ufficiali sull'11 settembre si sono soffermate sui numerosi aspetti della vicenda che non tornano: l'aereo «invisibile» che avrebbe colpito il Pentagono; la mancata intercettazione degli aerei dirottati; il crollo repentino delle Torri gemelle e dell'edificio 7 del World Trade Center; le personalità e le azioni dei presunti dirottatori nei mesi (se non negli anni) precedenti gli attentati, e così via. Webster Tarpley prende in considerazione con accuratezza l'insieme del dibattito, affrontando tutti i capitoli oscuri.

La parte più interessante è quella che riguarda i terroristi: alcuni fra loro (in particolare l'egiziano Mohammed Atta e il libanese Ziad Jarrah) sembrano aver avuto dei «doppi», ossia figure che con la medesima identità e aspetto simile vengono segnalati insistentemente in località diverse; per esempio sono negli Stati Uniti mentre i servizi segreti tedeschi li segnalano ad Amburgo. Le loro capacità di piloti sono scarse, a detta di tutti gli istruttori. Numerosi attentatori, invece di comportarsi come membri di una cellula dormiente, si mettono in evidenza in molti modi: litigi pubblici, ubriachezza molesta, minacce; al punto che, a volte, ci si chiede se stiano davvero preparando un attentato oppure facciano in modo che, dopo, ci si ricordi di loro.

"Attentatori" delll'undici settembreAlcuni si segnalano anche per le frequentazioni di prostitute, locali equivoci, sale da gioco di Las Vegas: comportamenti a dir poco insoliti per fanatici islamisti pronti al suicidio. Il lettore non esperto della questione scoprirà in queste pagine ragioni per sorprendersi; e quello già avvertito del dibattito vi troverà una rassegna puntuale di tutti gli elementi (e sono tanti) che non tornano e non sono stati spiegati.

L'autore non propone soltanto fatti, ma tende a mostrare quali potrebbero essere modalità e ragioni di un attentato che egli dichiara esplicitamente essere made in Usa. Da esperto delle trame imbastite dai servizi, cerca di rintraSospetti attentatori di Madridcciarne il possibile ruolo nella vicenda: e non si ferma solo all'11 settembre, ma estende la sua analisi agli atti di terrorismo che hanno colpito fra 2004 e 2005 anche Madrid e Londra. In entrambi gli episodi ci sono elementi che meriterebbero un chiarimento: per esempio, risulta da un'indagine del quotidiano spagnolo «El Mundo» che alcuni degli attentatori madrileni (molti fra i quali si suicidarono nei giorni successivi) non erano musulmani fondamentalisti e tanto meno una cellula dormiente affiliata ad Al-Qaeda, bensì noti pregiudicati, alcuni per reati di spaccio, almeno un paio dei quali informatori della polizia.

In sintesi Tarpley afferma che l'11 settembre ha rappresentato la presa di potere del gruppo neoconservatore, latore di interessi economici e strategici ben precisi (evidentemente quelli che hanno condotto alle guerre successive), che si configura come una sorta di golpe ai danni dello stesso governo americano. Non è detto che, alla fine della lettura, ci si trovi d'accordo con ogni sua ipotesi: ma le sue affermazioni e, soprattutto, la mole di dati raccolti meritano la massima attenzione; a maggior ragione perché non si tratta della ricostruzione di vicende che si sono esaurite nella tragedia di sei anni or sono, ma di scenari che continuano ad avere un impatto devastante sul nostro presente e - ci sono fondate ragioni per temerlo - sul nostro futuro.

postato da: Renato55 alle ore 00:06 | link | commenti
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venerdì, 30 novembre 2007

Introvigne: complottismo latente e stupidità patente

Di Renato Bellini, fonte: Wikio

Dobbiamo dare atto a Massimo Introvigne di aver pubblicato un pezzo straordinario, il 15 novembre del 2007, sul “Giornale”. Introvigne, analizzando la figura di Webster Griffin Tarpley e il movimento per la verità sull’11 settembre, è riuscito a produrre uno dei più squallidi hit piece, o pezzi denigratori, della carta stampata italiana. È difficile fare una breve disamina di questo gioiellino del giornalismo giallo, tanto esso trabocca di viscide menzogne, di perle d’ignoranza nonché di espedienti retorici fra i più turpi a cui possa ricorrere una mezza tacca giornalistica. Folgorante l’esordio, con cui ci rifila una grossolana inesattezza: “Il movimento complottista nato per sostenere che l’11 settembre è stato un auto-attentato orchestrato dall’amministrazione Bush […].” Quale sarebbe il movimento complottista che sostiene questo? I complottisti convinti che il colpevole è l’amministrazione Bush c’erano fino a un paio d’anni fa e sono ormai estinti. La maggior parte dei teorici del complotto USA e attivisti rRitiene piuttosto che l’11/9 sia avvenuto un golpe, e non lo attribuiscono all’amministrazione Bush, né al suo imbecille e inetto capo, ma a un gruppo terroristico di altissimo profilo professionale, politico ed economico, con infiltrati nel governo statunitense. Introvigne prosegue: “Tarpley - il cui libro è un centone di assurdità tecniche sugli attentati di New York e Washington, già cento volte confutate ma che continuano a circolare”. Forse Introvigne ignora l’esistenza di centinaia di confutazioni delle confutazioni, pubblicate in siti italiani ed esteri, ma anche in sedi prestigiose come l’autorevole e noto libro del filosofo D. R. Griffin, Debunking 9/11 Debunking (edizione riveduta, 2007) il quale conferma la validità della maggior parte delle tesi dello stesso Tarpley.

Quanto all’allarme di Kennebunkport, Introvigne forse ignora l’esistenza di decine di gruppi di comuni cittadini statunitensi che si occupano di vigilare sulle esercitazioni militari e le esercitazioni antiterrorismo, perché sanno bene che queste possono facilmente essere trasformate in atti terroristici – proprio come accadde l’11 settembre negli Stati Uniti e il 7 luglio 2005 a Londra. L’allarme di Kennebunkport non fa che interpretare le preoccupazioni di questi cittadini nonché importanti indizi recenti, uniti a quelli raccolti dallo stesso Tarpley e dagli altri attivisti riguardo all’11 settembre.

Ma c'è qualcosa di decisivo che Introvigne ignora dell'allarme di Kennebunkport. Soltanto tre giorni dopo la sua pubblicazione si è verificato negli Stati Uniti un episodio di una gravità inaudita. Un bombardiere B-52 si è alzato in volo, sfuggendo ai controlli dell'esercito, con a bordo ben 6 ordigni nucleari, in violazione delle rigorosissime procedure di sicurezza in materia di armi di distruzione di massa. Si tratta di una violazione di tale gravità da coinvolgere probabilmente, in modo diretto, le alte sfere dell'esercito e del governo statunitense. Pare che uno di questi sei ordigni nucleari sia andato definitivamente perduto e non si sa in quali mani sia finito. Questo testimonia in maniera evidentissima la ragionevolezza dell'allarme di Kennebunkport e la necessità di diffonderlo, al di là di ogni vana polemica.

Introvigne fa rientrare anche gli attivisti americani più genuini e attenti alla vita politica nel “movimento negazionista dell’11 settembre”, ripetendo più volte la sua portentosa parolina deterrente, ricca di risonanze nazifasciste: “negazionista”. Ma è un espediente retorico che tradisce non solo malafede e penuria argomentativa, ma anche una profonda ignoranza in materia e un’alfabetizzazione deficitaria. Il movimento alternativo sull’11 settembre non si occupa di negare l’esistenza dell’11 settembre, non si occupa di sminuire, rifiutare o rimuovere la realtà degli attentati terroristici né la realtà del terrorismo stesso. I ricercatori di questo movimento sono semmai revisionisti: tentano di reinterpretare l’11 settembre per identificare i veri terroristi, nella consapevolezza che la storia del terrorismo e la storia delle moderne guerre – Congiura delle Polveri alla Guerra dei Trent’anni, alle guerre hitleriane, fino al Vietnam e oltre – è intrisa di inganni strategici e operazioni sotto falsa bandiera. Detto più semplicemente, la menzogna è la prima arma, in una guerra. Chi lo nega è come chi si ostini ad affermare che il cavallo di Troia è solo un innocuo cavallo di legno.

Si può correttamente dire che il movimento per la verità sull’11/9 è radicalmente antiterrorista e non violento. Si concepisce come movimento pacifista radicale, perché mira alla radice dei conflitti attuali (Iraq, Afghanistan, con il possibile scontro con l’Iran), e vede questa radice proprio nell’interpretazione ufficiale dell’11 settembre, che, fra l’altro, è a tutti gli effetti una teoria del complotto islamista-jihadista-taleban. Tuttavia è una teoria complottista tanto mitizzata, tanto onnipresente, tanto ripetuta, tanto vicina a noi che siamo incapaci di vederla per quel che è. Gli anticomplottisti, come non sentono il loro stesso alito, così non si accorgono della loro stessa teoria del complotto.

Ma torniamo al nostro Introvigne, poveretto, e alla sua sempre più disperata ricerca non di argomentazioni, beninteso, ma di qualche vaga zona d’ombra intorno al nome di Tarpley. Introvigne si dedica alla sua attività preferita: la ricerca del pelo nell’uovo, della colpa per associazione. Ora, Introvigne sta scrivendo un articolo sul tour di Tarpley in Italia in occasione della pubblicazione del suo libro in italiano. E che fa, per prima cosa? Vorrà prendere in mano il libro italiano, sfogliarlo, leggerne qualche brano? No, non vuole farlo. Forse però in qualche strana circostanza il libro gli capita fra le mani, ma lui, scorrendo la quarta di copertina, si ferma spaventato dagli autori dei soffietti, fra cui figurano l’insigne medievalista cattolico Franco Cardini – da molti considerato il Le Goff italiano – oppure un veterano della CIA e accademico dei Marines come Robert David Steele,Robert David Steele o ancora un europarlamentare espertissimo di affari internazionali come Giulietto Chiesa. Introvigne si guarda bene dal citarli. Anzi, si ritrae spaurito a “googolare” qualche sito di debunking, dove s’imbatte nei commenti a una fra le prime vecchie edizioni americane del libro, prodotte da una minuscola casa editrice californiana con pochissimi mezzi, tanta passione politica e una buona dose d’ingenuità. E possiamo immaginarci Introvigne che si frega le mani convinto di aver scoperto qualcosa con cui potrà finalmente ridicolizzare Tarpley: “La quarta di copertina del suo libro negli Stati Uniti riporta i giudizi favorevoli di personaggi considerati «lunatici» anche da molti negazionisti come Nico Haupt, secondo il quale nessun aereo ha colpito le Torri Gemelle ma si è trattato di un astuto videomontaggio, e Gerhard Wisnewski, autore di due libri dove sostiene che anche lo sbarco sulla Luna è stato soltanto un trucco video («lunatici», appunto).” Ma non basta, Introvigne ora, pensando di aver fatto trenta, vuole fare trentuno. Ed ecco che, googolando e gongolando ancora un po’, scopre il secondo capo d’imputazione per vaghissima associazione, ossia che “L’editore americano di Tarpley, la Progressive Press, è lo stesso che pubblica Eric Hufschmid, «negazionista» nel senso pieno del termine in quanto nega insieme l’11 settembre e l’Olocausto.” A Introvigne non interessa il fatto che Tarpley abbia sempre preso le distanze dai negazionisti e abbia sempre affermato la realtà dell’Olocausto.

La rivelazione clou del nostro esperto di occultismo e culti satanici è forse questa: “Ma ciò che pochi fra i lettori de “La fabbrica del terrore” sanno è che dietro il negazionismo dell’11 settembre dell’autore americano si nasconde una complessa tesi esoterica intorno alla quale si è costruita già a partire dagli anni ’80 una vera e propria conventicola internazionale di cui Tarpley è il leader.” Queste sono grossolane falsità. Dietro al libro di Tarpley non si nasconde nulla. Tarpley è sempre stato contrario a ogni esoterismo e non mi risulta che esista nessuna “conventicola” riunita intorno alle ricerche storiche di Tarpley sull’oligarchia veneziana del rinascimento. Parlare di “tesi esoterica” è un’idiozia, perché quella tesi è espressa a chiare lettere nel discorso su Venezia fatto da Tarpley nel 1981, 26 anni fa, presente su internet. Dice ancora Introvigne: “La lotta tra le forze del Bene e la setta segreta internazionale che discende dall’antica nobiltà veneziana è la chiave attraverso cui Tarpley e i suoi seguaci interpretano tutta la storia mondiale.” Altra serie di grossolane falsità. Tarpley di tutte queste cose non parla affatto nella “Fabbrica del terrore”, un testo basato interamente su una solida documentazione storica, su dati ufficiali, su fatti e su un coerente modello teorico.

Ma torniamo al terzo capo d’imputazione nei confronti di Tarpley, e qui davvero Introvigne, nella sua analisi, mostra i suoi immensi debiti nei confronti delle scuole del complottismo più becero e beota, abbracciando i suoi miserrimi metodi probatori. Così, quello che a volte pareva un arzillo sociologo settarolo diviene degno erede dei complottardi più mentecatti, quelli, per intendersi, del Priorato di Sion, del Graal, di Xenu, e via delirando. Si noti che l’imputazione nei confronti di Tarpley si basa su un’altra vaghissima, evanescente, anzi stavolta inesistente colpa per associazione: “Tarpley non lo afferma espressamente, ma i suoi scritti appaiono - con la sua autorizzazione - su siti dedicati agli Ufo dove si fa aperta propaganda alle tesi dell’autore complottista più venduto dei nostri tempi, l’ex-calciatore inglese David Icke. Secondo Icke, l’oligarchia che da Babilonia a Londra e Washington cerca di dominare il mondo è a sua volta controllata da extraterrestri, vampiri «rettiliani» alieni capaci di assumere sembianze umane che da secoli mirano a impadronirsi del nostro pianeta.” Segue un divagante tentativo di descrivere le bislacche tesi di Icke. Ma poi cosa ci tirerà fuori dal cappellino il nostro Introvigne? La Quinta Colpa. E per cosa? Ma, ancora una volta, per associazione! Attenti bene, qui dice: “Il gruppo editoriale che ha tradotto Tarpley in italiano” – non l’editore, il gruppo editoriale! – “è lo stesso che pubblica da anni le opere di Icke”. Ecco, siamo all’apoteosi della metodologia d’indagine introvignana. Ma miracolosamente, il nostro Introvigne riesce a superare persino quest’apoteosi. Accorgendosi infatti che il legame Tarpley-Icke da lui ipotizzato è nulla più che una bolla di sapone, avverte come il bisogno di documentare più approfonditamente il legame, ed ecco così che porge al suo lettore la Prova Decisiva: “…e sul sito del Gruppo David Icke di Milano (sì, esiste anche questo) un adepto scrive che «più sento Tarpley e più mi sembra di sentire Icke»”. Ora nessuno può più ignorare la connessione.

A questo punto viene da chiedere: ma ha mai provato, Introvigne, ad applicare a se stesso i suoi fini metodi? Ebbene, se non l’ha fatto, che ci provi: scoprirà cose molto interessanti, glielo assicuro. Per esempio scoprirà che ha appena scritto sullo stesso quotidiano che pubblica gli editoriali di Paolo Guzzanti Paolo Guzzanti– noto predicatore di violenza contro gli odiati “cospiratori” islamici – e sul quotidiano posseduto da un noto membro di “setta” italiana semisegreta e convinto teorico del complotto ordito da fantomatiche, sanguinarie “toghe rosse”. Ma, attenzione, Introvigne, farà scoperte ancora più inquietanti, che la copriranno di ridicolo dinanzi ai suoi stessi occhi: vedrà che lei pubblica nello stesso gruppo editoriale che ha pubblicato il complottista e complottatore anticattolico Dan Brown, gli “antisemiti” Mearsheimer e Walt e i libri antiamericani sul “terrorismo degli USA contro Cuba”. Ma non solo, Introvigne, lei potrebbe inorridire venendo a sapere che ha pubblicato con lo stesso editore che ha dato alle stampe il recente prontuario del complottismo in salsa italiana Zero, a cura di Giulietto Chiesa. Insomma, Introvigne, lei ha lo stesso habitat intellettuale di complottisti, complottatori, “negazionisti” d’ogni risma. Introvigne, lei sta in simbiosi con loro. Introvigne, è ormai chiaro che lei, a rigor di logica introvignana, deve definirsi criptocomplottista, o, anzi, per riprendere le sue osservazioni, complottista esoterico. Del resto non è un caso che lei abbia anche pubblicato un celebre libro a sei mani al fianco di due storici “cospirazionisti” come Franco Cardini e Marina Montesano. E cosa farà mai quando scoprirà Leo Straussche questi due insigni accademici hanno entrambi elogiato pubblicamente e senza riserve, guarda caso, proprio quel Tarpley che lei ha denigrato? E che Tarpley ha criticato fortemente l’esoterismo, in particolare quello di Leo Strauss, guru dei neocon? E che è un aspro critico anche degli irrazionali millenarismi che imperversano negli ambienti religiosi vicini ai neocon e ai cristiano-sionisti? E che è un razionalista e realista e i suoi modelli intellettuali sono Machiavelli e Leibniz? E che, diversamente da lei, si è sempre ben guardato dal pubblicare sempre nuove oziose dissertazioni sul Graal, gli “Illuminati” e il “Priorato di Sion”?

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giovedì, 29 novembre 2007

LA FINTA GUERRA AL TERRORISMO: È TEMPO DI METTERE IN QUARANTENA GLI AGGRESSORI

Capitolo estratto dal libro “La fabbrica del terrore - Made in Usa - Dall'11 settembre ai futuri obiettivi” (di Webster  G. Tarpley, Arianna Editrice, 2007)

400 anni fa, in questo mese, Robert Cecil, il Primo Ministro del Re inglese Giacomo I, compì il suo capolavoro, la Congiura delle Polveri, per far esplodere il Re e il Parlamento. La responsabilità di questo tentativo era stata fatta cadere sullo zimbello Guy Fawkes e altri cospiratori, che furono torturati e condannati a morte.
Furono incolpati anche i cattolici, il Papa, i gesuiti e gli spagnoli, dando così il via a secoli di conflitti e di espansione imperiale. Ma il complotto era una provocazione sintetica, messa in scena da Cecil. Robert CecilIl terrorismo era solo una doglia nel travagliato parto con cui veniva al mondo la fazione finanziaria angloamericana, e il terrorismo accompagna ancora oggi quella fazione nella sua moribonda senilità.

Secondo l'odierno regime neocon a Washington, l'evento centrale nella storia del mondo è rappresentato dagli attacchi dell'11 settembre 2001. I neocon chiedono che gli affari mondiali si riorganizzino intorno a ciò che essi chiamano la guerra al terrorismo, presumibilmente mossa dagli USA, dalla Gran Bretagna e da altre potenze anglofone contro le potenze oscure dell'Islam radicale. Questa finta guerra al terrorismo è completa di opzioni per attacchi nucleari a sorpresa su qualunque paese a scelta del regime Bush. Questi possono essere corredati da aggressioni convenzionali e dalle cosiddette "rivoluzioni dei colori", il nuovo nome dei tradizionali colpi di Stato della CIA del tipo "people power".

La principale premessa della guerra al terrorismo è il mito del 9/11: 3.000 persone uccise presumibilmente da un gruppo di 19 dirottatori, incluso Mohammed Atta, tutti membri di Al Qaeda, guidati da Osama Bin Laden e operanti da una grotta afgana con un compGuy Fawkes e gli altri terroristi-zimbelli della congiura delle polveriuter portatile ecc. Come dimostro nel mio libro, questa premessa è una balla pazzesca. Gli eventi del 9/11 sono stati una provocazione premeditata e messa in pratica a partire dagli intimi meandri dell'apparato militare, di sicurezza e dei servizi segreti degli USA, per mano di una fazione profondamente radicata in questo apparato, variamente chiamata "governo invisibile", "governo segreto", "governo parallelo", "rete canaglia", "squadra segreta". Tale fazione coinvolge la CIA, il Pentagono, la NSA, l’FBI, il Ministero del Tesoro, la Riserva Federale e altri punti strategici del governo. È una fazione che opera da oltre un secolo. È intrallazzata con il MI6 e con il Ministero della Difesa britannici.

Il 9/11 è stato un golpe riuscito, progettato per dirottare la Casa Bianca di Bush verso la strategica "Guerra di civiltà" descritta da Samuel Huntington. I mondi arabo e islamico erano i primi obiettivi, con, a seguire, la Cina e anche la Russia, stando alla dottrina Wolfowitz. Il 9/11 rientra quindi nella tradizione degli attacchi autoinflitti o immaginari risalenti all'esplosione della USS Maine nel porto dell'Avana, nel 1898, che diede inizio alla guerra ispano-americana, e con essa all'imperialismo statunitense. Il governo segreto provò a mettere in scena una marcia fascista su Washington contro il Presidente Franklin D. Roosevelt, e provò ad assassinarlo. Tale governo ci ha portato alla Baia dei Porci, all'assassinio di Kennedy, al falso incidente del Golfo del Tonchino (in parte ammesso nelle ultime settimane dalla NSA), alla guerra del Vietnam, al tentato assassinio di Reagan, al traffico di armi e droga dell'affare Iran-Contra, al bombardamento della Serbia, all'affondamento del sommergibile russo Kursk, e alla loro impresa suprema, il 9/11, seguito dalle invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq. I presidenti statunitensi sono generalmente fantocci della rete canaglia, che rispondono ai bisogni di Wall Street e della City londinese.
È stata questa rete canaglia ad aver inviato a Bush un ultimatum sul 9/11 con le parole: "Angel is next", "Adesso tocca all'Angelo", significando con questo che l'aereo presidenziale sarebbe stato annientato come gli altri aerei dirottati il 9/11, quindi: lancia la guerra di civiltà oppure sarai fatto fuori. Bush si affrettò a prostrarsi ossequioso, cedendo ai golpisiti il governo degli USA. Nella terminologia della letteratura sull'intelligence, Bin Laden, Atta e gli altri sono zimbelli. M. AttaSono doppi agenti, pedine, fanatici, agents provocateurs. Operano sotto l'ombrello di Al Qaeda, un gruppo che può essere descritto soltanto come la Legione Araba della CIA e del MI6, una classica pseudogang o controgang contro il nazionalismo arabo. Il loro retroterra etnico-religioso fa sì che il mondo arabo e islamico siano incolpati degli atti terroristici. Essi ricevono appoggio dalla CIA, di cui abbiamo come esempio la famosa dialisi renale di Bin Laden. Queste figure hanno intenti criminali, ma ciò che non hanno è la capacità fisica e tecnica di produrre gli effetti osservati: proprio come Lee Harvey Lee Harvey OswaldOswald, per quanto fosse malvagio, non poteva aver sparato il numero di colpi necessari per uccidere a Dallas il Presidente Kennedy.
I direttori dei terroristi e gli agenti segreti che dirigono le attività di uno "zimbello", o di un killer professionista evidentemente costituiscono l'Able Danger, un progetto congiunto della Defense Intelligence Agency e delle Forze di Comando Speciali. Da quando è venuto alla luce Able Danger, abbiamo saputo che ha distrutto 2,5 terabyte dei suoi stessi dati registrati, equivalenti a un quarto della Biblioteca del Congresso, che ha il più grande deposito librario del mondo. Rumsfeld ha proibito ai funzionari responsabili dell'Able Danger di testimoniare al Congresso.
Gli "zimbelli" possono operare liberamente e allo scoperto, senza essere arrestati, a causa della rete di talpe presente all’interno del governo USA. Queste talpe sono leali al governo invisibile, non alla costituzione e alle leggi. Esse si assicurano che gli "zimbelli" siano disponibili a essere trasformati in capri espiatori, distruggono le prove e organizzano l'insabbiamento dei misfatti. Le talpe sono responsabili della paralisi delle difese aeree per più di un'ora e quarantacinque minuti il 9/11, una tempistica da paragonare con i tempi medi d'intercettazione – 15-20 minuti al massimo – sia prima che dopo gli eventi. Nessuna forza esterna avrebbe potuto ottenere questo risultato.

I professionisti addestrati, i tecnocrati della morte, costituiscono il terzo gruppo. Possiedono la capacità fisico-tecnica di far schiantare gli aerei e altri oggetti volanti contro edifici e di distruggere il WTC con una demolizione controllata. Alcuni di questi professionisti operano dall'interno delle burocrazie governative, altri da uffici privati. Vogliono l'anonimato, non la pubblicità. I recenti progressi nella ricerca sul 9/11 si sono focalizzati sul ruolo dei giochi di guerra, delle esercitazioni militari e delle esercitazioni antiterrorismo, nell’occultamento e nella agevolazione delle azioni terroristiche del 9/11. Finora siamo venuti a conoscenza di 14 esercitazioni separate sul 9/11 o a esso connesse. Alcune erano state escogitate per annullare le difese aeree spostando dei caccia verso il nord del Canada e verso l’Alaska, lontano dagli obiettivi del 9/11. Altre avrebbero paralizzato le difese aeree inserendo falsi bip tracciati sugli schermi radar del personale della difesa, e con false comunicazioni di aerei commerciali e militari che simulavano fantomatici dirottamenti.
Ma c'è un’altro aspetto ancora. Un'esercitazione messa in scena al National Reconnaissance Office di Chantilly, in Virginia, quel mattino, consisteva nel far schiantare aerei di linea commerciali su quegli edifici. Esistono tutte le ragioni per pensare che gli aerei kamikaze fossero controllati proprio da qui, dal quartier generale statunitense dei satelliti spia. L'Amalgam Virgo, un'altra esercitazione associata al 9/11, consisteva nel lancio di un missile cruise contro un bersaglio terrestre da una nave da carico canaglia nel Golfo del Messico. Ciò probabilmente simulava ciò che sarebbe stato fatto al Pentagono, poiché è chiaro che quell’edificio non è mai stato colpito da nessun aereo commerciale.
La più sinistra di tutte era Global Guardian un'esercitazione del 9/11 che simulava una guerra termonucleare totale con bombardieri, missili e sommergibili.
Quest'esercitazione comportava un tentativo di penetrazione della struttura di comando nucleare da parte di un outsider "maligno", con accesso a un sistema di controllo e a un comando chiave. Qui c'era la possibilità per la "rete canaglia"di scatenare la guerra nucleare. Il 9/11 Bush aveva telefonato a Putin con un ultimatum: gli USA avrebbero preso l'Afghanistan, più alcune basi nell'Asia Centrale ex sovietica. Se Putin avesse rifiutato, la rete canaglia statunitense sarebbe stata in grado di dare inizio alla terza guerra mondiale ordinando un'escalation nucleare.
Quando i terroristi di Stato attaccano, lo fanno spesso sotto la copertura di un'esercitazione preannunciata, apparentemente legale, che somiglia o imita l'operazione terroristica. Questo aiuta a dissimulare l'intento criminale dei cospiratori golpisti sotto la copertura della loro stessa burocrazia. L'esercitazione è solo una simulazione, finché non diviene reale. Durante la Guerra Fredda, Hilex 75 e l’Able Archer 834 erano state esercitazioni che avrebbero potuto condurre a uno scontro e a una guerra reali.

Quando nel 1981 ci fu il tentativo di assassinare il Presidente Reagan, come copertura per le operazioni, il giorno successivo, era stata programmata un'esercitazione per la successione presidenziale (Nine Lives, Nove vite). Le bombe di Londra del 7 luglio 2005 furono preparate tramite esercitazioni denominate "Atlantic Blue" dal Regno Unito, "Topoff III" dagli USA e "Triple Play" dal Canada, che simulavano un attacco al metrò di Londra mentre in Inghilterra si stava svolgendo un congresso internazionale. Lo stesso 7 luglio la Visor Associates di Peter Power stava simulando esplosioni nelle stesse stazioni e nelle stesse ore in cui esplosero effettivamente le bombe, come riferì la BBC 5:
Peter Power, un ex di Scotland Yard, dirige un'azienda privata di sicurezza che, il 7 luglio 2005, stava conducendo esercitazioni antiterrorismo nel metrò di Londra, come egli stesso ha detto alla BBC:
Power: Alle 9:30 di stamattina, a Londra, stavamo effettivamente conducendo un'esercitazione che coinvolgeva oltre mille persone, e che consisteva nell'esplosione simultanea di bombe proprio nelle stazioni dove è realmente avvenuta stamani, tanto che ancora adesso ho i capelli dritti dallo spavento.
Presentatore: Per intenderci, stavate conducendo un'esercitazione per vedere come avreste potuto affrontare una cosa del genere, ed è accaduto proprio nel bel mezzo dell'esercitazione?
Power: Precisamente.

La scorsa estate (2005), Cheney aveva ordinato al Pentagono di preparare il bombardamento atomico dell'Iran, da portare a termine all'indomani di un nuovo 9/11 su più larga scala. È chiaro che questo attentato ricade nella tipologia del terrorismo sintetico sotto falsa bandiera, patrocinato dallo Stato, per offrire un pretesto all'attacco.
Negli USA e in altri Stati della NATO, è stato istituito un servizio di sorveglianza da parte dei cittadini su queste pericolose esercitazioni canaglia, per affrontarne la minaccia. In agosto la "Sudden Response 05" avrebbe dovuto simulare un'esplosione nucleare da 10 kilotoni a Charleston, nella Carolina del Sud. Una mobilitazione di cittadini preoccupati sollevò proteste contro quest’esercitazione e possiamo ritenere che abbia portato alla sua cancellazione. Fu poi la volta dell'esercitazione sulla dispersione di gas a New York City e della "Granite Shadow/Power Geyser", che comportavano l'utilizzo simultaneo di armi di distruzione di massa a Washington DC. Queste esercitazioni vennero denunciate e furono al centro di proteste.

Ora come ora (novembre 2005, N.d.T.), siamo al centro della più densa concentrazione di esercitazioni dallo stesso 9/11. Anzitutto c'è la Vigilant Shield, una bomba radiologicamente sporca che viene fatta esplodere nel porto di Mobile, in Alabama. A questo si risponderà con il Global Lightning, uno scambio di missili nucleari fra USA e Corea del Nord, con l'uso dei missili antibalistici USA. Simultaneamente si svolgono "Positive Response" e "Global Storm", il nuovo nome dato a "Global Guardian" per il piano appena adottato di un attacco nucleare preventivo a sorpresa. Queste implicano uno scontro con la Russia sulla questione dell'Ucraina. Una qualsiasi di queste esercitazioni potrebbe essere usata per lanciare provocazioni e attacchi nucleari reali. La pianificazione della guerra contro il Venezuela continua. C'è bisogno di una vigilanza mondiale per impedire il peggio. Il regime di Bush attualmente è in crisi a causa della guerra persa in Iraq, per la reazione negligente e criminale all'uragano Katrina e per il prezzo della benzina ai massimi storici. Libby è stato incriminato e Rove, Feith, Wolfowitz e Ledeen potrebbero seguire la sua stessa sorte. Come nel film Wag the Dog (Sesso e potere), Bush o i neocon sono tentati da una nuova guerra per ovviare a questa crisi. Durante il Watergate, quando Nixon dichiarò un allarme nucleare rosso, nell'ottobre del 1973, il Primo Ministro britannico Edward Heath aveva intravisto lampanti motivazioni politiche. Ogni volta che Nixon richiedeva il football, la borsa contenente i codici nucleari segreti di lancio, i funzionari della Casa Bianca Kissinger e Haig lo sorvegliavano da vicino per tenergli le dita lontano dal tasto nucleare. NixonNell'estate del 1974 il Ministro della Difesa Schlesinger disse ai comandanti statunitensi di disattendere gli ordini riguardanti qualsiasi attacco militare, se provenienti da Nixon, a meno che non fossero confermati dallo stesso Schlesinger o da Kissinger. Dato che oggi la situazione è analoga, il Partito Democratico e gli Stati della NATO devono esigere che l'instabile Bush e i disperati neocon, in caso di estromissione dal governo, siano posti sotto speciale sorveglianza per impedire nuove avventure dalle conseguenze incalcolabili.

Ma fintantoché Bush potrà conservare il consenso del 30-35% di popolazione statunitense, egli potrà proseguire la guerra in Iraq a tempo indeterminato e forse estenderla alla Siria e all'Iran. Se Bush riesce a conservare tale consenso è grazie al potere del mito del 9/11 su una parte del popolo americano. Ogni qualvolta Bush viene ritenuto responsabile di qualcosa, immancabilmente risponde tirando in ballo il 9/11. Le sue argomentazioni per la guerra in Iraq non si riferiscono all'Iraq, ma piuttosto al 9/11. C'è un solo modo per erodere lo zoccolo duro della base di Bush: attaccarne il mito. Distruggete il mito del 9/11 e i veri criminali di quel settembre potranno essere chiamati in causa. Distruggete il mito del 9/11 e Bush sarà neutralizzato. Le istituzioni e i governi amanti della pace nel mondo devono darsi questo compito, con una campagna di denuncia, di smascheramento e di educazione politica sulla verità del 9/11 e sulla natura del terrorismo.
Un veicolo per farlo potrebbe essere una Commissione Indipendente Internazionale sulla Verità del 9/11, simile al modello del Tribunale per il Vietnam di Russell-Sartre. La convocazione di tale commissione per la verità sul 9/11 è più urgente che mai, e dovrebbe essere la priorità delle forze anti-guerra ben prima delle elezioni al Congresso che ci saranno fra un anno.

Russel, Sartre, De Beauvoir, giudici dei criminali di guerra in VietnamIl 5 ottobre 1937, Franklin D. Roosevelt, a Chicago, aveva richiesto la quarantena per i dittatori fascisti, l’isolamento e il boicottaggio degli aggressori. Da allora le ruote della storia hanno girato, ed è ora che il regime di Bush e dei neocon vada messo in quarantena dalle forze dell'umanità civilizzata. Non può esserci alcuna cooperazione militare o di sicurezza con i neocon. I patti di libero commercio con i neocon sono suicidi. I funzionari di Bush sono colpevoli di cospirazione internazionale per muovere guerre di aggressione, un delitto capitale secondo le norme di Norimberga. Mentre la popolazione statunitense sta rivoltandosi contro Bush, assistiamo al tragico spettacolo dell'Europa e del Giappone che continuano a sostenerlo su così tante e fondamentali questioni. È tempo che il mondo metta in quarantena l'aggressore. Così facendo, avrà l’appoggio del popolo americano.

postato da: Renato55 alle ore 19:05 | link | commenti
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Terrorismo come eroina. Intervista a Webster Tarpley

di M. Mazzucco (06/11/2007). Fonte: www.luogocomune.net

LC - Siamo al telefono con Webster Tarpley, uno degli esponenti di punta del “Movimento per la Verità sull’11 settembre” nel mondo, e autore del libro “La fabbrica del terrore”, disponibile in Italia presso Arianna editrice. Signor Tarpley, perché la gente dovrebbe comprare il suo libro?

W.T. - Io direi perché è probabilmente l’analisi più radicale e più particolareggiata degli aspetti politici dei fatti dell’11 settembre. Altri autori hanno preferito interessarsi agli aspetti tecnici. Gli aspetti tecnici li tratto anch’io, [ma] fino al punto necessario per tirare le somme sul piano politico. Per me la conclusione è che l’11 settembre è un’immensa provocazione bellica ad opera dei servizi segreti americani, cioè ad opera della CIA, del Pentagono e delle altre agenzie dell’intelligence community. Lo scopo è di scatenare questa guerra eterna, senza fine, la guerra o lo scontro delle civiltà, che è una altra maniera di dire che gli americani e gli inglesi devono orchestrare il conflitto con il mondo arabo, il mondo islamico, per poi arrivare dopo ai conflitti con la Cina e con la Russia, che si vedono già all’orizzonte. Quindi è un’immensa provocazione, appartiene a quel tipo di terrorismo che si può chiamare terrorismo geopolitico, o terrorismo che mira a riorganizzare tutte le vicende del mondo, tutto il sistema politico mondiale adesso si basa su questa presunta guerra al terrorismo, che naturalmente è una grande bugia.

LC - Tutto questo è nato dall’undici settembre. Secondo lei si può ripetere un fatto del genere, o no?

W.T. - Infatti, questo è proprio il pericolo maggiore in questi giorni. Il terrorismo utilizzato in questo senso, per dare una forma organizzativa ad un’intera società, è come l’eroina, ...

... richiede sempre più applicazioni, più dosi e quantità sempre più elevate. Adesso il centro del pericolo è senza dubbio la cricca che sta dietro a Cheney, io dirò Cheney ma voglio dire i controllori di Cheney, i personaggi del suo ufficio vicepresidenzale ed altri, e loro naturalmente sono ossessionati da una psicosi bellica, vorrebbero aggredire l’Iran a tutti costi con armi nucleari, perché un attacco convenzionale per loro è impossibile data la debolezza dell’esercito americano e dei Marines, e quindi stanno cercando pretesti.

Da circa due anni sappiamo dell’esistenza di una cosa che si chiama “la dottrina di Cheney”, che prevede un nuovo 11 settembre, un 11 settembre-bis con armi di distruzione di massa, che servirà come pretesto per scatenare l’ambito attacco contro l’Iran, e magari anche per imporre qualche forma di legge marziale o dittatura parziale o totale negli Stati Uniti. Cheney verso metà aprile di quest’anno ha detto che il suo incubo è di vedere i terroristi armati non più di biglietti d’aereo e piccoli coltelli, ma armati con congegni nucleari all’interno di una città statunitense.

Questa è la dottrina, [lo] sappiamo dall’ex-consigliere del presidente Carter, Zbigniew Brzezinski, il quale ha parlato davanti alla Commissione degli Affari Esteri del Senato, il primo febbraio di quest’anno, ha detto: “C’è uno scenario in atto per arrivare alla guerra con l’Iran, e una parte integrante di questo scenario è un atto terroristico all’interno degli Stati Uniti, che sarà attribuito all’Iran, e che fornirà il pretesto per l’attacco”. E quindi secondo me tutta la politica di Washington ruota adesso intorno a queste questioni.

LC - Secondo lei la Russia permetterebe una cosa del genere?

W.T. - Io direi... è una domanda interessante da porsi: se Cheney vuole tutto questo, come mai non è già riuscito a scatenare sia il terrorismo fasullo di falsa bandiera che l’attacco all’Iran? E secondo me i fattori che hanno frenato la smania bellica di Cheney sono essenzialmente tre: prima di tutto Putin e la forza militare russa, che è un grosso punto di domanda. Verso metà ottobre Putin ha praticamente lanciato una messa in guardia mentre visitava Teheran, e ha detto agli Stati Uniti “qualsiasi attacco all’Iran è assolutamente inaccettabile”. Aveva già fatto qualcosa di simile nella primavera di quest’anno, e quindi questo dà da pensare anche al neocons più pazzo - e ce ne abbiamo. La questione di un possibile intervento della Russia naturalmente incute paura e li spinge a meditare di più sulla faccenda.

Un altro fattore sicuramente è la resistenza all’interno delle forze armate americane, all’interno del dipartimento di stato, e all’interro di altre istituzioni. È molto interessante che il bombardiere B-52 con 6 missili Cruise, da crociera atomici a bordo, è stato spostato dal Dakota del nord fino alla Louisiana, era il 29-30 agosto. Secondo tutti i resoconti disponibili il progresso [movimento] di quel bombardiere “canaglia” B-52 verso l’Iran, per un possibile attacco nucleare all’Iran, è stato fermato, bloccato da personale della forza aerea, della US Air Force, che vuol dire che qualcuno ha detto “No! Gli ordini illegali dalla cricca di Cheney io non li accetto”. Quindi abbiamo un esempio molto concreto di soldati e ufficiali, io direi coraggiosi patrioti, che hanno detto di no a questa cricca.

LC - A proposito della base, del trasporto delle sei bombe atomiche, abbiamo anche scoperto che sono morti in circostanze strane almeno sei o sette militari che lavoravano in quella base. Lei ne sa qualcosa?

W.T. - Si, è proprio così. Questo è uno scandalo immenso. Stiamo parlando di armi nucleari che sono state spostate in violazione di accordi internazionali vigenti con la Russia, e anche in violazione del regolamento interno della US Air Force. Perchè naturalmente le forze armate, siccome sanno qualcosa della guerra - a differenza dei neocons, che non hanno mai fatto i volontari per le guerre - i veri ufficiali sanno che l’attacco all’ Iran è una cosa perdente, che gli Stati Uniti fatalmente perderanno quella guerra, alla grande, e quindi è molto più consigliabile non andare in questa guerra.

E poi abbiamo un certo movimento, il “Movimento per la verità sull’11 settembre”, elementi più avanzati del movimento per la pace, il movimento No-global, movimenti paralleli... che fanno qualcosa per accelerare la consapevolezza di questi pericoli da parte del grande pubblico.

LC - Lei parla sempre di Dick Cheney – chiaramente Bush, lo abbiamo capito, è un burattino preso in ostaggio, questo è chiaro – ma facciamo risalire tutto sempre e soltanto a questa persona...

W.T. - Sì, anche se io non vedo in Cheney proprio il braccio operativo di tutto questo. Lui è il tipo di figura [la figura tipica] di questa frazione, ma noi dobbiamo andare a vedere le reti del governo invisibile, del governo ombra, della rete canaglia, che stanno lì da decenni. Insomma, è un fenomeno che abbiamo visto in tante altre occasioni. Le reti che hanno prodotto l’11 settembre sono esattamente le stesse che hanno creato, ad esempio, l’assassinio di Kennedy, la Baia dei Porci, la Guerra del Vietnam, il Watergate, i traffici di armi e di stupefacenti noti come lo scandalo “Iran–Contras”, e potrei anche proseguire, ma [è] più o meno l’esistenza di un governo ombra agli ordini di Wall Street, e in certa misura agli ordini della città di Londra, dei grandi banchieri.

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Terza guerra mondiale: cosa c'entra l'Iran?

di Aleksandr Koldobskij, vice direttore dell'Istituto per le relazioni internazionali

Nicolas Sarkozy ha dichiarato di recente a Washington che sarebbe possibile risolvere il problema nucleare iraniano per mezzo di sanzioni prese dalle Nazioni Unite e dall'Unione Europea, ma si è affrettato a esprimere una riserva sulla "volontà di dialogare con Teheran". Secondo il presidente francese, se il possesso di armi nucleari da parte dell'Iran è inammissibile il perseguimento del "nucleare pacifico" dovrebbe essere consentito a tutti, anche a quel paese.
È improbabile che questo atteggiamento nei confronti della questione iraniana sia piaciuto all'ospite George W. Bush. Infatti non molto tempo prima il presidente americano aveva fatto un appello per "impedire all'Iran di accedere alle tecnologie nucleari al fine di evitare una terza guerra mondiale".

"La parola è un simbolo della rappresentazione della realtà". In base a questa definizione logica è possibile concludere che se George Bush ha nominato la terza guerra mondiale significa che ne ha una nozione reale. Ma quale potrebbe essere lo scenario?

Nessuna logica può contribuire a spiegare il collegamento tra terza guerra mondiale e Iran. L'Iran non è nelle condizioni di guidare alcuna significativa coalizione in una guerra mondiale, né adesso né in un prevedibile futuro. Così come non può neanche rappresentare un casus belli per lo scontro di tali coalizioni. Qualsiasi avventura militare da parte dell'Iran porterebbe istantaneamente alla sconfitta e alla sparizione di questo stato dalla carta politica del mondo. Inoltre, se gli eventi dovessero prendere questa piega, l'Iran non potrebbe sperare di attirarsi alcuna simpatia.
D'altro canto, non è possibile escludere un'operazione militare statunitense in Iran. Le conseguenze di una tale follia politica sarebbero pesantissime, sia per Teheran che per Washington. Quello che sta ora accadendo in Iraq sembrerebbe un gioco a guardie e ladri, in confronto. Ma neanche in quel caso scoppierebbe una terza guerra mondiale. Nelle condizioni attuali una guerra mondiale potrebbe essere innescata solo dallo scontro militare diretto tra le maggiori potenze nucleari, e questo significherebbe anche la fine della storia.

Le posizioni della Russia e degli Stati Uniti rivestono un'importanza cruciale nello scenario di un'ipotetica terza guerra mondiale, perché le armi nucleari di questi paesi (a differenza degli altri Stati, compresi quelli nucleari) svolgono un ruolo fondamentale nel mondo contemporaneo. Sarebbe non solo politicamente ingenuo ma anche formalmente sbagliato dire che le due superpotenze non sarebbero trascinate nel conflitto. L'alleanza tra questi due paesi renderebbe immediatamente impossibile per definizione una terza guerra mondiale. Ma se per Bush la terza guerra mondiale è possibile, allora lo è anche uno scontro militare di grandi proporzioni tra gli Stati Uniti e la Russia.

In un'epoca "pre-nucleare", per riprendere le parole del teorico militare tedesco Karl von Clausewitz , la guerra poteva ancora essere considerata come la continuazione della politica con altri mezzi. Ma una guerra tra due potenze che detengono un arsenale nucleare ad altissimo potenziale è per definizione una guerra in cui non possono esserci vincitori. Tutti i sogni di una vittoria militare si scontrerebbero con l'inevitabile prospettiva di bruciare nelle fiamme della rappresaglia nucleare. È solo una questione di tempi: colpire per primo significa morire per secondo.

Dato che il presidente degli Stati Uniti parla di terza guerra mondiale in un discorso in cui la minaccia iraniana è "tirata per i capelli", le conclusioni per la Russia non possono che essere allarmanti. Il messaggio del presidente americano è il seguente: per conseguire i propri obiettivi gli Stati Uniti sono pronti a scatenare la terza guerra mondiale, senza prestare attenzione né ascolto ad alcuno. La logica elementare non consente altre conclusioni.

Resta solo da sperare che le parole di George Bush appartengano alla stessa categoria dei discorsi in cui ha confuso il Brasile con la Bolivia, l'Austria con l'Australia (anche se non si capisce con cosa possa essere confusa la terza guerra mondiale). Se i viennesi si sono limitati a scrivere sarcasticamente sui manifesti "In Austria non ci sono i canguri!", nell'altro caso non si tratta solo di ignoranza, ma di arrogante disprezzo nei confronti delle sorti dell'umanità, americani inclusi. Si tratta di un arroganza esercitata non a livello nazionale, ma a livello socio-biologico, perché la terza guerra mondiale e la scomparsa della civiltà umana dalla faccia della terra sono sinonimi.

Originale da: http://rian.ru/analytics/20071109/87356610.html

Articolo originale pubblicato il 9 novembre 2007.

Tradotto da Manuela Vittorelli, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

postato da: Renato55 alle ore 17:59 | link | commenti
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martedì, 27 marzo 2007

Terrorizzati dalla 'Guerra al terrorismo'

Inizio con la traduzione di un articolo di Brzezinski. L'impronunciabile Zbigniew Brzezinski è uno dei personaggi più carismatici e più influenti nella politica estera americana degli ultimi 50 anni. A lui sono attribuite molte malefatte degli USA in Medioriente (per esempio si potrebbe quasi dire che i Taleban sono una sua invenzione, il fondamentalismo più retrogrado scelto come argine contro lo strapotere sovietico nell'area). Ma leggete cosa dice oggi, lui... sembra di leggere uno scrittore dell'estrama sinistra americana.


Terrorizzati dalla 'Guerra al terrorismo'
Com’è che un mantra di tre parole ha compromesso l’America

Zbigniew Brzezinski
Washington Post
Domenica, 25 marzo 2007

La “guerra al terrorismo” ha creato una cultura della paura in America. L’elevazione di queste tre parole, da parte dell’amministrazione Bush, a un mantra nazionale, a partire dagli orribili eventi dell’11/9 ha avuto un impatto dannoso sulla democrazia americana, sulla psiche americana e sulla reputazione degli USA nel mondo. L’uso di questa frase ha di fatto minato la nostra capacità di confrontarci efficacemente con le vere sfide poste a noi da fanatici che potrebbero usare il terrorismo contro di noi.

Il danno che queste tre parole hanno fatto – una classica ferita autoinflitta – è infinitamente più grande di qualunque sogno selvaggio abbiano mai fatto i fanatici perpetratori degli attentati dell’11/9 quando stavano cospirando contro di noi in lontane caverne afgane. L’espressione stessa è insignificante. Non definisce né un contesto geografico né i nostri presunti nemici. Il terrorismo non è un nemico ma una tecnica di guerra: l’intimidazione politica attraverso l’uccisione di non combattenti inermi.

Ma il piccolo segreto qui potrebbe essere che la vaghezza dell’espressione era stata deliberatamente (o istintivamente) calcolata dai suoi fautori. Il costante riferimento a una “guerra al terrorismo” ha raggiunto un obiettivo principale: ha stimolato l’emergere di una cultura della paura. La paura oscura la ragione, intensifica le emozioni e facilita ai politici demagogici la mobilitazione del pubblico a favore delle politiche che gli stessi politici vogliono realizzare.

0465027261.01.LZZZZZZZLa guerra scelta in Iraq non avrebbe mai potuto ottenere l’appoggio congressuale che ha avuto senza il legame psicologico con lo shock dell’11/9 e la supposta esistenza delle armi di distruzione di massa irachene. L’appoggio al Presidente Bush nelle elezioni del 2004 era anche stato mobilitato in parte dalla nozione che “una nazione in guerra” non cambia il suo comandante in capo nel mezzo della mischia.

Il senso del pericolo pervasivo ma anche imprecisato veniva così incanalato verso una direzione politicamente opportunistica attraverso l’appello mobilitante per cui si era “in guerra”.

Per giustificare la “guerra al terrorismo” il governo ha in seguito prodotto una falsa narrazione storica che potrebbe persino diventare una profezia che si avvera da sé. Affermando che la sua guerra è simile a precedenti lotte degli USA contro il Nazismo e lo Stalinismo (ignorando, nel contempo, che sia la Germania nazista sia la Russia sovietica erano potenze militari di primo piano, uno status che Al Qaeda non ha né può raggiungere) l’amministrazione potrebbe fabbricare le argomentazioni per la guerra con l’Iran. Tale guerra allora affonderebbe l’America in un conflitto prolungato che spazierebbe dall’Iraq, all’Iran, all’Afghanistan e forse anche al Pakistan.

La cultura della paura è come un genio uscito dalla lampada. Acquista una vita propria, e può diventare demoralizzante. L’America oggi non è la nazione fiduciosa in sé e determinata che ha risposto a Pearl Harbor; né è l’America che ha sentito da un suo leader, in un altro momento di crisi, le potenti parole “la sola cosa che abbiamo da temere è la paura stessa”;[1] né è l’America calma che ha fatto la Guerra Fredda con calma perseveranza nonostante sapesse che una vera guerra avrebbe potuto iniziare all’improvviso nel volgere di alcuni minuti e portare alla morte di 100 milioni di americani nel giro di alcune ore. Noi ora siamo divisi, incerti e potenzialmente molto suscettibili al panico in caso di un altro atto terroristico negli stessi Stati Uniti.

Questo è il risultato di cinque anni di quasi continuo lavaggio del cervello nazionale sul soggetto del terrorismo, completamente diverso dalle più attenuate reazioni di varie altre nazioni (Gran Bretagna, Spagna, Italia, Germania, Giappone, per citarne solo alcune) che hanno subito dolorosi attacchi terroristici. Nella sua ultima giustificazione per la guerra in Iraq, il Presidente Bush afferma persino, in modo assurdo, di averla iniziata per impedire che Al Qaeda non attraversasse l’Atlantico per lanciare una guerra terroristica qui negli Stati Uniti.

Questo incitamento alla paura, rinforzato dagli imprenditori dei servizi di sicurezza, dai mass media e dall’industria dell’intrattenimento, si autorinforza. Gli imprenditori del terrorismo, solitamente descritti come esperti di terrorismo, sono necessariamente impegnati in competizioni per giustificare la loro esistenza. Quindi il loro compito è di convincere il pubblico che si trova di fronte a nuove minacce. Questo premia coloro che presentano scenari credibili di sempre più terrificanti atti di violenza, talvolta anche con i piani per la loro realizzazione.

È difficile dubitare del fatto che l’America sia diventata insicura e più paranoide. Un recente studio ha riportato che nel 2003 il Congresso ha identificato 160 siti come bersagli nazionali potenzialmente importanti per aspiranti terroristi. Con l’intervento dei lobbisti, per la fine di quell’anno l&rsqu