Giornale di analisi politico-sociale. Il volto del mondo si svela

GRAZIANI – La morte cruenta di Benazir Bhutto è uno degli episodi che costellano una ben precisa strategia: quella della destabilizzazione del Vicino e Medio Oriente, in coerenza con la recente riformulazione del progetto statunitense del Grande Medio Oriente degli esordi della amministrazione Bush. Il progetto del Greater Middle East o anche Broader Middle East (Medio Oriente allargato) è stato introdotto, quale proposta per dare una svolta radicale alla politica occidentale verso il Vicino e Medio Oriente, durante il vertice del G8 del 2004. L’idea, tuttavia, risale agli accordi di Helsinki del 1975.
Vale la pena ripercorrere la genesi di questa nuova riformulazione, che si traduce, in termini semplificati, nella creazione di un nuovo arco di instabilità in ossequio ai dettami di Zbigniew Brzezinski, il teorizzatore della trappola afgana contro l’Unione Sovietica e dell’utilizzo dei talebani in funzione antisovietica. Molti
degli attuali quadri dell’organizzazione di Osama Bin Laden sono stati addestrati e reclutati da Washington ai tempi della guerra sovieto-afgana.

Dunque, un mese prima dell’aggressiva ritorsione israeliana contro il Libano del luglio 2006, Condoleeza Rice ha riformulato il vecchio progetto del Grande Medio Oriente denominandolo “Nuovo Medio Oriente”. Lo stesso segretario di Stato, nei giorni della guerra israeliana contro il Libano, congiuntamente con il primo ministro israeliano Olmert informò i media che in Libano era stato avviato un progetto per un “nuovo” Medio Oriente. Attualmente, dopo la penetrazione armata in Afghanistan e in Iraq, gli interessi geostrategici degli anglo-americani e dei loro alleati occidentali si concentrano, a nord, verso l’area centroasiatica, per contenere e pungolare gli interessi geopolitici della Russia e per testare il dispositivo eurasiatico di sicurezza messo in atto dall’Organizzazione di Shangai (SCO), e a sudest per limita re alcune prese di posizioni dell’alleato di sempre, il generale Musharaff. Bisogna ricordare che, proprio nel giugno del 2006, il Pakistan e l’Iran sono stati invitati come osservatori della SCO. Precedentemente, a febbraio, il Pakistan aveva avanzato la propria candidatura a membro effettivo L’adesione del Pakistan è sostenuta ovviamente dalla Russia a patto che anche l’India, attualmente osservatore, diventi membro effettivo dell’Organizzazione di Shangai. Se ciò si realizzasse, lo storico asse Washington – Islamabad sarebbe spezzato. Da qui l’iniziativa del “Nuovo Grande Medio Oriente”.
Gli USA vogliono un Pakistan destabilizzato, da mettere, nel migliore dei casi, sotto tutela ONU, o da occupare, come nei casi dell’Afghanistan e dell’Iraq.
L’attentato alla Bhutto ha destato molta preoccupazione a Mosca.
Infatti, secondo quanto riportato da alcune agenzie, la Russia ha condannato “con forza" l'attentato di oggi (27 dicembre). In particolare, Mikhail Kaminin, portavoce del
ministero degli esteri, augurando che "i dirigenti del [Pakistan] riescano a prendere le misure necessarie a garantire la stabilità nel paese", ha ricordato che Mosca "aveva più volte ammonito a prestare attenzione al fatto che le autorità pachistane avrebbero dovuto adoperarsi al massimo per garantire la stabilità nel paese in questo periodo cruciale". Secondo il viceministro degli esteri, Aleksandr Lossiukov, "un simile attentato può diventare un ennesimo fattore di instabilità in un paese già fragile alla vigilia di importanti elezioni".
CANZANO – Il ritorno di Benazir Bhutto era visto come uno sbocco alternativo alla democrazia?
GRAZIANI – Sì, il ritorno della Bhutto è stato “lanciato” mediaticamente come una opportunità democratica per il Pakistan. Ad arte è stato fatto passare il messaggio che grazie alla Bhutto si aprisse per il Pakistan una nuova era, che fosse cioè possibile realizzabile l’irrealizzabile, vale a dire un Pakistan laico e democratico. Quando invece questo aborto geopolitico che è il Pakistan è stato creato dalle potenze occidentali proprio su base confessionale.
CANZANO – Pervez Musharraf con l’arrivo della Bhutto doveva accettare di essere un leader dimezzato?
GRAZIANI – Musharraf ha il piede in due staffe. Ha acconsentito a togliersi la divisa e a stabilire la data delle elezioni presidenziali, come gli ha consigliato Negroponte, l’emissario di Bush e Condoleeza Rice e già uomo forte di Reagan nel Sudamerica. Il generale pachistano è tuttavia un uomo di potere che mai accetterebbe un ruolo di secondo piano. Anche per tale motivo è, in questo momento, poco affidabile per Washington.
CANZANO – Il Pakistan nel 1947 diventa indipendente dall’India britannica e poi?
GRAZIANI – Il Pakistan, più che diventare indipendente, viene creato ex-novo come nazione musulmana dalle potenze occidentali che non riuscivano a contenere le tendenze secessioniste nel Raj britannico, capeggiate dai nazionalisti musulmani. Il suo stesso nome è un acronimo che, inventato, negli anni trenta, da un giovane nazionalista musulmano, Choudary Ramat Ali, venne assunto dal nuovo organismo nel 1947, quando si distaccò dall’India. A quell’epoca il Pakistan era formato da due entità geografiche, il Pakistan occidentale e quello orientale, l’attuale Blangadesh, separate per alcune migliaia di chilometri dal territorio indiano.
Il Pakistan ha conosciuto, nel corso della sua breve storia di appena sessant’anni, almeno tre cicli geopolitici. Un primo ciclo va dal 1947 al 1971, quando il Blangadesh conquistò l’indipendenza. In questi anni il Pakistan svolge un ruolo importante nell’ambito della dottrina Truman di contenimento dell’URSS: è membro infatti dei due distinti sistemi di alleanze: CENTO (Patto di Baghdad) e OTASE (Patto di Manila).
Dopo l’indipendenza del Blangadesh, il Pakistan, dal punto di vista geopolitico, si riorienta verso il Vicino Oriente e il mondo islamico del Golfo. Sul finire degli anni 70, con la rivoluzione iraniana e l’invasione sovietica dell’Afghanistan, Islamabad si riconferma come un alleato privilegiato per gli USA. Un terzo ciclo si è aperto con il crollo dell’Unione sovietica. Il Pakistan, in questi ultimi anni, sembra interessato a rafforzare i rapporti con le repubbliche centroasiatiche, di cui diverrebbe la via privilegiata verso l’Oceano indiano: una via che essendo funzionale agli interessi eurasiatici della SCO, viene osteggiata da Londra e Washington. Ciò che accade oggi in Pakistan è speculare alle tensioni in corso nel Myanmar.
CANZANO – I confini con l’Afghanistan sono a rischio?
GRAZIANI – In una prospettiva di occupazione del Pakistan da parte delle forze occidentali, certamente sì.
CANZANO – Le elezioni dell’8 gennaio sono a rischio?
GRAZIANI – E’ difficile fare previsioni.
BIOBIBLIOGRAFIA

petrolio come un prodotto il cui approvvigionamento avrà un termine.
ogica del sottosuolo cristallino del bacino del Dnieper-Donets. Dopo le analisi tettoniche e sulla struttura profonda di quel settore, quei tecnici hanno messo in atto indagini geofisiche e geochimiche.
Hubbert affermava che la produzione dei pozzi di petrolio è rappresentabile con una curva a campana e, una volta che il « picco » viene raggiunto, il declino risulta inevitabile. Inoltre prevedeva che la produzione di petrolio negli Stati Uniti avrebbe raggiunto il suo massimo nel 1970. Data la sua… modestia, denominava questa curva di produzione da lui inventata come curva di Hubbert, e il suo massimo come Picco di Hubbert. Dal momento in cui il rendimento delle estrazioni di petrolio negli Stati Uniti cominciava a diminuire proprio attorno al 1970, Hubbert conquistava una discreta credibilità e fama.
seguito di una trattativa privata condotta da Khodorkovsky con Dick Cheney. Ottenendo questa partecipazione nella Yukos Oil, la Exxon avrebbe avuto il controllo del più grande insieme di risorse al mondo costituito da geologi ed ingegneri specializzati nelle tecniche abiotiche di perforazioni in profondità.
la più grande società al mondo di servizi geofisici nel campo petrolifero. La sola potenziale minaccia al controllo del petrolio da parte degli Stati Uniti risulta derivare propriamente dall’interno della Russia e dalle gigantesche società russe attualmente controllate dallo Stato. Hum!
che suggeriva che più di 200 milioni di anni fa esisteva un super-Continente unico, «La Pangea», che si era separato nella forma attuale dei Continenti attraverso quella che veniva definita come « La deriva dei continenti. »
© Copyright F. William Engdahl, Global Research, 2007
L’indirizzo url di questo articolo a: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=7016
Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova
*F. William Engdahl è l’autore de A Century of War: Anglo-American Oil Politics – (Un secolo di guerra : le politiche anglo-americane sul petrolio), Pluto Press Ltd. Suo prossimo libro: Seeds of Destruction : The Hidden Agenda of Genetic Manipulation (Le sementi della distruzione : l’agenda segreta delle manipolazioni genetiche).
di Marina Montesano (docente di storia medievale all'Università di Genova). Fonte: "Il Manifesto", 4 settembre 2007
Siamo ormai giunti al sesto anniversario dagli attacchi dell'11 settembre 2001. In questi anni quasi tutti abbiamo maturato l'impressione che la storia sia giunta a una repentina svolta o, come si sente spesso ripetere, che da allora il mondo non sia stato più lo stesso. Un'analisi accurata potrebbe certamente dimostrare come questo sia solo in parte vero, e molte delle situazioni attuali trovino invece ragioni e radici nel ventennio precedente. Tuttavia, comunque la si pensi al proposito, è indubbio che a partire dall'11 settembre 2001 i governi e larga parte dei media occidentali hanno concorso a comunicare all'opinione pubblica l'idea che il mondo occidentale sia ormai sottoposto a una minaccia costante: quella del terrorismo internazionale e degli «stati canaglia» che lo sosterrebbero.
Eppure, al di là dei proclami sull'onnipresenza di Al-Qaeda e dei suoi affiliati, la stessa dinamica e i retroscena dell'11 settembre appaiono oggi tutt'altro che chiariti. In Europa e negli Stati Uniti numerosi saggi (per non parlare dei siti internet) hanno messo in dubbio la versione ufficiale dei fatti. "La fabbrica del terrore. 9/11 made in Usa" (Arianna editrice 2007, pp. 651), poderosa opera di Webster Griffin Tarpley, non è l'ultimo della serie, in quanto era stato pubblicato già da tempo negli Usa, dove è arrivato alla quarta edizione. Viene ora tradotto in italiano con alcuni adattamenti, dovuti alla necessità di aggiornare costantemente una vicenda che si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari.
Tarpley è un esperto del ruolo dei servizi segreti nelle trame politiche; in questa chiave si è occupato in passato anche del terrorismo italiano e in particolare della vicenda Moro. Per quanto riguarda gli States, si ricorda invece una sua monografia sulla famiglia Bush. Come è noto, le pubblicazioni che hanno proposto scenari alternativi a quelli ufficiali sull'11 settembre si sono soffermate sui numerosi aspetti della vicenda che non tornano: l'aereo «invisibile» che avrebbe colpito il Pentagono; la mancata intercettazione degli aerei dirottati; il crollo repentino delle Torri gemelle e dell'edificio 7 del World Trade
Center; le personalità e le azioni dei presunti dirottatori nei mesi (se non negli anni) precedenti gli attentati, e così via. Webster Tarpley prende in considerazione con accuratezza l'insieme del dibattito, affrontando tutti i capitoli oscuri.
La parte più interessante è quella che riguarda i terroristi: alcuni fra loro (in particolare l'egiziano Mohammed Atta e il libanese Ziad Jarrah) sembrano aver avuto dei «doppi», ossia figure che con la medesima identità e aspetto simile vengono segnalati insistentemente in località diverse; per esempio sono negli Stati Uniti mentre i servizi segreti tedeschi li segnalano ad Amburgo. Le loro capacità di piloti sono scarse, a detta di tutti gli istruttori. Numerosi attentatori, invece di comportarsi come membri di una cellula dormiente, si mettono in evidenza in molti modi: litigi pubblici, ubriachezza molesta, minacce; al punto che, a volte, ci si chiede se stiano davvero preparando un attentato oppure facciano in modo che, dopo, ci si ricordi di loro.
Alcuni si segnalano anche per le frequentazioni di prostitute, locali equivoci, sale da gioco di Las Vegas: comportamenti a dir poco insoliti per fanatici islamisti pronti al suicidio. Il lettore non esperto della questione scoprirà in queste pagine ragioni per sorprendersi; e quello già avvertito del dibattito vi troverà una rassegna puntuale di tutti gli elementi (e sono tanti) che non tornano e non sono stati spiegati.
L'autore non propone soltanto fatti, ma tende a mostrare quali potrebbero essere modalità e ragioni di un attentato che egli dichiara esplicitamente essere made in Usa. Da esperto delle trame imbastite dai servizi, cerca di rintra
cciarne il possibile ruolo nella vicenda: e non si ferma solo all'11 settembre, ma estende la sua analisi agli atti di terrorismo che hanno colpito fra 2004 e 2005 anche Madrid e Londra. In entrambi gli episodi ci sono elementi che meriterebbero un chiarimento: per esempio, risulta da un'indagine del quotidiano spagnolo «El Mundo» che alcuni degli attentatori madrileni (molti fra i quali si suicidarono nei giorni successivi) non erano musulmani fondamentalisti e tanto meno una cellula dormiente affiliata ad Al-Qaeda, bensì noti pregiudicati, alcuni per reati di spaccio, almeno un paio dei quali informatori della polizia.
una sorta di golpe ai danni dello stesso governo americano. Non è detto che, alla fine della lettura, ci si trovi d'accordo con ogni sua ipotesi: ma le sue affermazioni e, soprattutto, la mole di dati raccolti meritano la massima attenzione; a maggior ragione perché non si tratta della ricostruzione di vicende che si sono esaurite nella tragedia di sei anni or sono, ma di scenari che continuano ad avere un impatto devastante sul nostro presente e - ci sono fondate ragioni per temerlo - sul nostro futuro.Dobbiamo dare atto a Massimo Introvigne di aver pubblicato un pezzo straordinario, il 15 novembre del 2007, sul “Giornale”.
Introvigne, analizzando la figura di Webster Griffin Tarpley e il movimento per la verità sull’11 settembre, è riuscito a produrre uno dei più squallidi hit piece, o pezzi denigratori, della carta stampata italiana. È difficile fare una breve disamina di questo gioiellino del giornalismo giallo, tanto esso trabocca di viscide menzogne, di perle d’ignoranza nonché di espedienti retorici fra i più turpi a cui possa ricorrere una mezza tacca giornalistica. Folgorante l’esordio, con cui ci rifila una grossolana inesattezza: “Il movimento complottista nato per sostenere che l’11 settembre è stato un auto-attentato orchestrato dall’amministrazione Bush […].” Quale sarebbe il movimento complottista che sostiene questo? I complottisti convinti che il colpevole è l’amministrazione Bush c’erano fino a un paio d’anni fa e sono ormai estinti. La maggior parte dei teorici del complotto USA e attivisti rRitiene piuttosto che l’11/9 sia avvenuto un golpe, e non lo attribuiscono all’amministrazione Bush, né al suo imbecille e inetto capo, ma a un gruppo terroristico di altissimo profilo professionale, politico ed economico, con infiltrati nel governo statunitense. Introvigne prosegue: “Tarpley - il cui libro è un centone di assurdità tecniche sugli attentati di New York e Washington, già cento volte confutate ma che continuano a circolare”. Forse Introvigne ignora l’esistenza di centinaia di confutazioni delle confutazioni, pubblicate in siti italiani ed esteri, ma anche in sedi prestigiose come l’autorevole e noto libro del filosofo D. R. Griffin, Debunking 9/11 Debunking (edizione riveduta, 2007) il quale conferma la validità della maggior parte delle tesi dello stesso Tarpley.
Quanto all’allarme di Kennebunkport, Introvigne forse ignora l’esistenza di decine di gruppi di comuni cittadini statunitensi che si occupano di vigilare sulle esercitazioni militari e le esercitazioni antiterrorismo, perché sanno bene che queste possono facilmente essere trasformate in atti terroristici – proprio come accadde l’11 settembre negli Stati Uniti e il 7 luglio 2005 a Londra. L’allarme di Kennebunkport non fa che interpretare le preoccupazioni di questi cittadini nonché importanti indizi recenti, uniti a quelli raccolti dallo stesso Tarpley e dagli altri attivisti riguardo all’11 settembre.
Ma c'è qualcosa di decisivo che Introvigne ignora dell'allarme di Kennebunkport. Soltanto tre giorni dopo la sua pubblicazione si è verificato negli Stati Uniti un episodio di una gravità inaudita. Un bombardiere B-52 si è alzato in volo, sfuggendo ai controlli dell'esercito, con a bordo ben 6 ordigni nucleari, in violazione delle rigorosissime procedure di sicurezza in materia di armi di distruzione di massa. Si tratta di una violazione di tale gravità da coinvolgere probabilmente, in modo diretto, le alte sfere dell'esercito e del governo statunitense. Pare che uno di questi sei ordigni nucleari sia andato definitivamente perduto e non si sa in quali mani sia finito. Questo testimonia in maniera evidentissima la ragionevolezza dell'allarme di Kennebunkport e la necessità di diffonderlo, al di là di ogni vana polemica.
Introvigne fa rientrare anche gli attivisti americani più genuini e attenti alla vita politica nel “movimento negazionista dell’11 settembre”, ripetendo più volte la sua portentosa parolina deterrente, ricca di risonanze nazifasciste: “negazionista”. Ma è un espediente retorico che tradisce non solo malafede e penuria argomentativa, ma anche una profonda ignoranza in materia e un’alfabetizzazione deficitaria. Il movimento alternativo sull’11 settembre non si occupa di negare l’esistenza dell’11 settembre, non si occupa di sminuire, rifiutare o rimuovere la realtà degli attentati terroristici né la realtà del terrorismo stesso. I ricercatori di questo movimento sono semmai revisionisti: tentano di reinterpretare l’11 settembre per identificare i veri terroristi, nella consapevolezza che la storia del terrorismo e la storia delle moderne guerre – Congiura delle Polveri alla Guerra dei Trent’anni, alle guerre hitleriane, fino al Vietnam e oltre – è intrisa di inganni strategici e operazioni sotto falsa bandiera. Detto più semplicemente, la menzogna è la prima arma, in una guerra. Chi lo nega è come chi si ostini ad affermare che il cavallo di Troia è solo un innocuo cavallo di legno.
Si può correttamente dire che il movimento per la verità sull’11/9 è radicalmente antiterrorista e non violento. Si concepisce come movimento pacifista radicale, perché mira alla radice dei conflitti attuali (Iraq, Afghanistan, con il possibile scontro con l’Iran), e vede questa radice proprio nell’interpretazione ufficiale dell’11 settembre, che, fra l’altro, è a tutti gli effetti una teoria del complotto islamista-jihadista-taleban. Tuttavia è una teoria complottista tanto mitizzata, tanto onnipresente, tanto ripetuta, tanto vicina a noi che siamo incapaci di vederla per quel che è. Gli anticomplottisti, come non sentono il loro stesso alito, così non si accorgono della loro stessa teoria del complotto.
Ma torniamo al nostro Introvigne, poveretto, e alla sua sempre più disperata ricerca non di argomentazioni, beninteso, ma di qualche vaga zona d’ombra intorno al nome di Tarpley. Introvigne si dedica alla sua attività preferita: la ricerca del pelo nell’uovo, della colpa per associazione. Ora, Introvigne sta scrivendo un articolo sul tour di Tarpley in Italia in occasione della pubblicazione del suo libro in italiano. E che fa, per prima cosa? Vorrà prendere in mano il libro italiano, sfogliarlo, leggerne qualche brano? No, non vuole farlo. Forse però in qualche strana circostanza il libro gli capita fra le mani, ma lui, scorrendo la quarta di copertina, si ferma spaventato dagli autori dei soffietti, fra cui figurano l’insigne medievalista cattolico Franco Cardini – da molti considerato il Le Goff italiano – oppure un veterano della CIA e accademico dei Marines come Robert David Steele,
o ancora un europarlamentare espertissimo di affari internazionali come Giulietto Chiesa. Introvigne si guarda bene dal citarli. Anzi, si ritrae spaurito a “googolare” qualche sito di debunking, dove s’imbatte nei commenti a una fra le prime vecchie edizioni americane del libro, prodotte da una minuscola casa editrice californiana con pochissimi mezzi, tanta passione politica e una buona dose d’ingenuità. E possiamo immaginarci Introvigne che si frega le mani convinto di aver scoperto qualcosa con cui potrà finalmente ridicolizzare Tarpley: “La quarta di copertina del suo libro negli Stati Uniti riporta i giudizi favorevoli di personaggi considerati «lunatici» anche da molti negazionisti come Nico Haupt, secondo il quale nessun aereo ha colpito le Torri Gemelle ma si è trattato di un astuto videomontaggio, e Gerhard Wisnewski, autore di due libri dove sostiene che anche lo sbarco sulla Luna è stato soltanto un trucco video («lunatici», appunto).” Ma non basta, Introvigne ora, pensando di aver fatto trenta, vuole fare trentuno. Ed ecco che, googolando e gongolando ancora un po’, scopre il secondo capo d’imputazione per vaghissima associazione, ossia che “L’editore americano di Tarpley, la Progressive Press, è lo stesso che pubblica Eric Hufschmid, «negazionista» nel senso pieno del termine in quanto nega insieme l’11 settembre e l’Olocausto.” A Introvigne non interessa il fatto che Tarpley abbia sempre preso le distanze dai negazionisti e abbia sempre affermato la realtà dell’Olocausto.
La rivelazione clou del nostro esperto di occultismo e culti satanici è forse questa: “Ma ciò che pochi fra i lettori de “La fabbrica del terrore” sanno è che dietro il negazionismo dell’11 settembre dell’autore americano si nasconde una complessa tesi esoterica intorno alla quale si è costruita già a partire dagli anni ’80 una vera e propria conventicola internazionale di cui Tarpley è il leader.” Queste sono grossolane falsità. Dietro al libro di Tarpley non si nasconde nulla. Tarpley è sempre stato contrario a ogni esoterismo e non mi risulta che esista nessuna “conventicola” riunita intorno alle ricerche storiche di Tarpley sull’oligarchia veneziana del rinascimento. Parlare di “tesi esoterica” è un’idiozia, perché quella tesi è espressa a chiare lettere nel discorso su Venezia fatto da Tarpley nel 1981, 26 anni fa, presente su internet. Dice ancora Introvigne: “La lotta tra le forze del Bene e la setta segreta internazionale che discende dall’antica nobiltà veneziana è la chiave attraverso cui Tarpley e i suoi seguaci interpretano tutta la storia mondiale.” Altra serie di grossolane falsità. Tarpley di tutte queste cose non parla affatto nella “Fabbrica del terrore”, un testo basato interamente su una solida documentazione storica, su dati ufficiali, su fatti e su un coerente modello teorico.
Ma torniamo al terzo capo d’imputazione nei confronti di Tarpley, e qui davvero Introvigne, nella sua analisi, mostra i suoi immensi debiti nei confronti delle scuole del complottismo più becero e beota, abbracciando i suoi miserrimi metodi probatori. Così, quello che a volte pareva un arzillo sociologo settarolo diviene degno erede dei complottardi più mentecatti, quelli, per intendersi, del Priorato di Sion, del Graal, di Xenu, e via delirando. Si noti che l’imputazione nei confronti di Tarpley si basa su un’altra vaghissima, evanescente, anzi stavolta inesistente colpa per associazione: “Tarpley non lo afferma espressamente, ma i suoi scritti appaiono - con la sua autorizzazione - su siti dedicati agli Ufo dove si fa aperta propaganda alle tesi dell’autore complottista più venduto dei nostri tempi, l’ex-calciatore inglese David Icke. Secondo Icke, l’oligarchia che da Babilonia a Londra e Washington cerca di dominare il mondo è a sua volta controllata da extraterrestri, vampiri «rettiliani» alieni capaci di assumere sembianze umane che da secoli mirano a impadronirsi del nostro pianeta.” Segue un divagante tentativo di descrivere le bislacche tesi di Icke. Ma poi cosa ci tirerà fuori dal cappellino il nostro Introvigne? La Quinta Colpa. E per cosa? Ma, ancora una volta, per associazione! Attenti bene, qui dice: “Il gruppo editoriale che ha tradotto Tarpley in italiano” – non l’editore, il gruppo editoriale! – “è lo stesso che pubblica da anni le opere di Icke”. Ecco, siamo all’apoteosi della metodologia d’indagine introvignana. Ma miracolosamente, il nostro Introvigne riesce a superare persino quest’apoteosi. Accorgendosi infatti che il legame Tarpley-Icke da lui ipotizzato è nulla più che una bolla di sapone, avverte come il bisogno di documentare più approfonditamente il legame, ed ecco così che porge al suo lettore la Prova Decisiva: “…e sul sito del Gruppo David Icke di Milano (sì, esiste anche questo) un adepto scrive che «più sento Tarpley e più mi sembra di sentire Icke»”. Ora nessuno può più ignorare la connessione.
– noto predicatore di violenza contro gli odiati “cospiratori” islamici – e sul quotidiano posseduto da un noto membro di “setta” italiana semisegreta e convinto teorico del complotto ordito da fantomatiche, sanguinarie “toghe rosse”. Ma, attenzione, Introvigne, farà scoperte ancora più inquietanti, che la copriranno di ridicolo dinanzi ai suoi stessi occhi: vedrà che lei pubblica nello stesso gruppo editoriale che ha pubblicato il complottista e complottatore anticattolico Dan Brown, gli “antisemiti” Mearsheimer e Walt e i libri antiamericani sul “terrorismo degli USA contro Cuba”. Ma non solo, Introvigne, lei potrebbe inorridire venendo a sapere che ha pubblicato con lo stesso editore che ha dato alle stampe il recente prontuario del complottismo in salsa italiana Zero, a cura di Giulietto Chiesa. Insomma, Introvigne, lei ha lo stesso habitat intellettuale di complottisti, complottatori, “negazionisti” d’ogni risma. Introvigne, lei sta in simbiosi con loro. Introvigne, è ormai chiaro che lei, a rigor di logica introvignana, deve definirsi criptocomplottista, o, anzi, per riprendere le sue osservazioni, complottista esoterico. Del resto non è un caso che lei abbia anche pubblicato un celebre libro a sei mani al fianco di due storici “cospirazionisti” come Franco Cardini e Marina Montesano. E cosa farà mai quando scoprirà
che questi due insigni accademici hanno entrambi elogiato pubblicamente e senza riserve, guarda caso, proprio quel Tarpley che lei ha denigrato? E che Tarpley ha criticato fortemente l’esoterismo, in particolare quello di Leo Strauss, guru dei neocon? E che è un aspro critico anche degli irrazionali millenarismi che imperversano negli ambienti religiosi vicini ai neocon e ai cristiano-sionisti? E che è un razionalista e realista e i suoi modelli intellettuali sono Machiavelli e Leibniz? E che, diversamente da lei, si è sempre ben guardato dal pubblicare sempre nuove oziose dissertazioni sul Graal, gli “Illuminati” e il “Priorato di Sion”?
Il terrorismo era solo una doglia nel travagliato parto con cui veniva al mondo la fazione finanziaria angloamericana, e il terrorismo accompagna ancora oggi quella fazione nella sua moribonda senilità.
uter portatile ecc. Come dimostro nel mio libro, questa premessa è una balla pazzesca. Gli eventi del 9/11 sono stati una provocazione premeditata e messa in pratica a partire dagli intimi meandri dell'apparato militare, di sicurezza e dei servizi segreti degli USA, per mano di una fazione profondamente radicata in questo apparato, variamente chiamata "governo invisibile", "governo segreto", "governo parallelo", "rete canaglia", "squadra segreta". Tale fazione coinvolge la CIA, il Pentagono, la NSA, l’FBI, il Ministero del Tesoro, la Riserva Federale e altri punti strategici del governo. È una fazione che opera da oltre un secolo. È intrallazzata con il MI6 e con il Ministero della Difesa britannici.
I mondi arabo e islamico erano i primi obiettivi, con, a seguire, la Cina e anche la Russia, stando alla dottrina Wolfowitz. Il 9/11 rientra quindi nella tradizione degli attacchi autoinflitti o immaginari risalenti all'esplosione della USS Maine nel porto dell'Avana, nel 1898, che diede inizio alla guerra ispano-americana, e con essa all'imperialismo statunitense. Il governo segreto provò a mettere in scena una marcia fascista su Washington contro il Presidente Franklin D. Roosevelt, e provò ad assassinarlo. Tale governo ci ha portato alla Baia dei Porci, all'assassinio di Kennedy, al falso incidente del Golfo del Tonchino (in parte ammesso nelle ultime settimane dalla NSA), alla guerra del Vietnam, al tentato assassinio di Reagan, al traffico di armi e droga dell'affare Iran-Contra, al bombardamento della Serbia, all'affondamento del sommergibile russo Kursk, e alla loro impresa suprema, il 9/11, seguito dalle invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq. I presidenti statunitensi sono generalmente fantocci della rete canaglia, che rispondono ai bisogni di Wall Street e della City londinese.
Sono doppi agenti, pedine, fanatici, agents provocateurs. Operano sotto l'ombrello di Al Qaeda, un gruppo che può essere descritto soltanto come la Legione Araba della CIA e del MI6, una classica pseudogang o controgang contro il nazionalismo arabo. Il loro retroterra etnico-religioso fa sì che il mondo arabo e islamico siano incolpati degli atti terroristici. Essi ricevono appoggio dalla CIA, di cui abbiamo come esempio la famosa dialisi renale di Bin Laden. Queste figure hanno intenti criminali, ma ciò che non hanno è la capacità fisica e tecnica di produrre gli effetti osservati: proprio come Lee Harvey
Nell'estate del 1974 il Ministro della Difesa Schlesinger disse ai comandanti statunitensi di disattendere gli ordini riguardanti qualsiasi attacco militare, se provenienti da Nixon, a meno che non fossero confermati dallo stesso Schlesinger o da Kissinger. Dato che oggi la situazione è analoga, il Partito Democratico e gli Stati della NATO devono esigere che l'instabile Bush e i disperati neocon, in caso di estromissione dal governo, siano posti sotto speciale sorveglianza per impedire nuove avventure dalle conseguenze incalcolabili.
Il 5 ottobre 1937, Franklin D. Roosevelt, a Chicago, aveva richiesto la quarantena per i dittatori fascisti, l’isolamento e il boicottaggio degli aggressori. Da allora le ruote della storia hanno girato, ed è ora che il regime di Bush e dei neocon vada messo in quarantena dalle forze dell'umanità civilizzata. Non può esserci alcuna cooperazione militare o di sicurezza con i neocon. I patti di libero commercio con i neocon sono suicidi. I funzionari di Bush sono colpevoli di cospirazione internazionale per muovere guerre di aggressione, un delitto capitale secondo le norme di Norimberga. Mentre la popolazione statunitense sta rivoltandosi contro Bush, assistiamo al tragico spettacolo dell'Europa e del Giappone che continuano a sostenerlo su così tante e fondamentali questioni. È tempo che il mondo metta in quarantena l'aggressore. Così facendo, avrà l’appoggio del popolo americano.
missili Cruise, da crociera atomici a bordo, è stato spostato dal Dakota del nord fino alla Louisiana, era il 29-30 agosto. Secondo tutti i resoconti disponibili il progresso [movimento] di quel bombardiere “canaglia” B-52 verso l’Iran, per un possibile attacco nucleare all’Iran, è stato fermato, bloccato da personale della forza aerea, della US Air Force, che vuol dire che qualcuno ha detto “No! Gli ordini illegali dalla cricca di Cheney io non li accetto”. Quindi abbiamo un esempio molto concreto di soldati e ufficiali, io direi coraggiosi patrioti, che hanno detto di no a questa cricca.
E poi abbiamo un certo movimento, il “Movimento per la verità sull’11 settembre”, elementi più avanzati del movimento per la pace, il movimento No-global, movimenti paralleli... che fanno qualcosa per accelerare la consapevolezza di questi pericoli da parte del grande pubblico.Inizio con la traduzione di un articolo di Brzezinski. L'impronunciabile Zbigniew Brzezinski è uno dei personaggi più carismatici e più influenti nella politica estera americana degli ultimi 50 anni. A lui sono attribuite molte malefatte degli USA in Medioriente (per esempio si potrebbe quasi dire che i Taleban sono una sua invenzione, il fondamentalismo più retrogrado scelto come argine contro lo strapotere sovietico nell'area). Ma leggete cosa dice oggi, lui... sembra di leggere uno scrittore dell'estrama sinistra americana.
Terrorizzati dalla 'Guerra al terrorismo'
Com’è che un mantra di tre parole ha compromesso l’America
Zbigniew Brzezinski
Washington Post
Domenica, 25 marzo 2007
La “guerra al terrorismo” ha creato una cultura della paura in America. L’elevazione di queste tre parole, da parte dell’amministrazione Bush, a un mantra nazionale, a partire dagli orribili eventi dell’11/9 ha avuto un impatto dannoso sulla democrazia americana, sulla psiche americana e sulla reputazione degli USA nel mondo. L’uso di questa frase ha di fatto minato la nostra capacità di confrontarci efficacemente con le vere sfide poste a noi da fanatici che potrebbero usare il terrorismo contro di noi.
Il danno che queste tre parole hanno fatto – una classica ferita autoinflitta – è infinitamente più grande di qualunque sogno selvaggio abbiano mai fatto i fanatici perpetratori degli attentati dell’11/9 quando stavano cospirando contro di noi in lontane caverne afgane. L’espressione stessa è insignificante. Non definisce né un contesto geografico né i nostri presunti nemici. Il terrorismo non è un nemico ma una tecnica di guerra: l’intimidazione politica attraverso l’uccisione di non combattenti inermi.
Ma il piccolo segreto qui potrebbe essere che la vaghezza dell’espressione era stata deliberatamente (o istintivamente) calcolata dai suoi fautori. Il costante riferimento a una “guerra al terrorismo” ha raggiunto un obiettivo principale: ha stimolato l’emergere di una cultura della paura. La paura oscura la ragione, intensifica le emozioni e facilita ai politici demagogici la mobilitazione del pubblico a favore delle politiche che gli stessi politici vogliono realizzare.
La guerra scelta in Iraq non avrebbe mai potuto ottenere l’appoggio congressuale che ha avuto senza il legame psicologico con lo shock dell’11/9 e la supposta esistenza delle armi di distruzione di massa irachene. L’appoggio al Presidente Bush nelle elezioni del 2004 era anche stato mobilitato in parte dalla nozione che “una nazione in guerra” non cambia il suo comandante in capo nel mezzo della mischia.
Il senso del pericolo pervasivo ma anche imprecisato veniva così incanalato verso una direzione politicamente opportunistica attraverso l’appello mobilitante per cui si era “in guerra”.
Per giustificare la “guerra al terrorismo” il governo ha in seguito prodotto una falsa narrazione storica che potrebbe persino diventare una profezia che si avvera da sé. Affermando che la sua guerra è simile a precedenti lotte degli USA contro il Nazismo e lo Stalinismo (ignorando, nel contempo, che sia la Germania nazista sia la Russia sovietica erano potenze militari di primo piano, uno status che Al Qaeda non ha né può raggiungere) l’amministrazione potrebbe fabbricare le argomentazioni per la guerra con l’Iran. Tale guerra allora affonderebbe l’America in un conflitto prolungato che spazierebbe dall’Iraq, all’Iran, all’Afghanistan e forse anche al Pakistan.
La cultura della paura è come un genio uscito dalla lampada. Acquista una vita propria, e può diventare demoralizzante. L’America oggi non è la nazione fiduciosa in sé e determinata che ha risposto a Pearl Harbor; né è l’America che ha sentito da un suo leader, in un altro momento di crisi, le potenti parole “la sola cosa che abbiamo da temere è la paura stessa”;[1] né è l’America calma che ha fatto la Guerra Fredda con calma perseveranza nonostante sapesse che una vera guerra avrebbe potuto iniziare all’improvviso nel volgere di alcuni minuti e portare alla morte di 100 milioni di americani nel giro di alcune ore. Noi ora siamo divisi, incerti e potenzialmente molto suscettibili al panico in caso di un altro atto terroristico negli stessi Stati Uniti.
Questo è il risultato di cinque anni di quasi continuo lavaggio del cervello nazionale sul soggetto del terrorismo, completamente diverso dalle più attenuate reazioni di varie altre nazioni (Gran Bretagna, Spagna, Italia, Germania, Giappone, per citarne solo alcune) che hanno subito dolorosi attacchi terroristici. Nella sua ultima giustificazione per la guerra in Iraq, il Presidente Bush afferma persino, in modo assurdo, di averla iniziata per impedire che Al Qaeda non attraversasse l’Atlantico per lanciare una guerra terroristica qui negli Stati Uniti.
Questo incitamento alla paura, rinforzato dagli imprenditori dei servizi di sicurezza, dai mass media e dall’industria dell’intrattenimento, si autorinforza. Gli imprenditori del terrorismo, solitamente descritti come esperti di terrorismo, sono necessariamente impegnati in competizioni per giustificare la loro esistenza. Quindi il loro compito è di convincere il pubblico che si trova di fronte a nuove minacce. Questo premia coloro che presentano scenari credibili di sempre più terrificanti atti di violenza, talvolta anche con i piani per la loro realizzazione.
È difficile dubitare del fatto che l’America sia diventata insicura e più paranoide. Un recente studio ha riportato che nel 2003 il Congresso ha identificato 160 siti come bersagli nazionali potenzialmente importanti per aspiranti terroristi. Con l’intervento dei lobbisti, per la fine di quell’anno l&rsqu